di Vicky Amendolia (da La Giustizia)
Vi sono momenti nei quali la politica italiana, che pure ha già dato prova di inesauribile fantasia, decide di superare se stessa e di trasformarsi in una rappresentazione teatrale tra l’avanspettacolo, la liturgia tribale e la seduta di autocoscienza mal riuscita.
Roberto Vannacci, dal palco dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, ha pensato bene di offrire al Paese una definizione memorabile della propria area politica: “scarto”, “feccia”, “sporca dozzina”, “figli di nessuno”. Il tutto, si badi, non come insulto ricevuto e respinto con sdegno, ma come blasone, stemma araldico, insegna di battaglia. Una specie di nobiltà del cassonetto, rivendicata con l’orgoglio con cui un antico casato avrebbe esibito il proprio motto latino sul portale di famiglia.
A quel punto, la replica più efficace non poteva venire né da un politologo, né da un costituzionalista, né da uno stratega della comunicazione. Bastava il Vangelo: “Tu l’hai detto”.
Ed è proprio qui che la satira si inchina alla teologia. Perché, quando un uomo pubblico decide di autodefinirsi con parole che normalmente si usano per indicare ciò che una società espelle, ciò che non integra, ciò che non eleva, ciò che non redime, il commentatore non deve neppure affaticarsi troppo. Non serve l’invettiva. Non serve l’indignazione. Non serve nemmeno il sarcasmo più raffinato. Basta prendere atto. Come dinanzi a certe confessioni spontanee, il giudice tace, il cancelliere verbalizza e la Storia, con la sua calligrafia impietosa, sottolinea.
Naturalmente Vannacci non è ingenuo. La sua è una precisa operazione retorica. Prendere l’offesa, rovesciarla, farne identità. È un meccanismo antico: ciò che mi attribuiscono come disvalore, io lo trasformo in appartenenza. Il problema è che questa tecnica, se non è sorretta da una visione alta, produce solo estetica del risentimento. E il risentimento, quando entra in politica, raramente costruisce: più spesso raduna, eccita, contrappone, semplifica, incendia.
Lo “scarto”, nella grande tradizione cristiana, sociale e persino socialista, è ciò che la comunità ha il dovere di recuperare, includere, sollevare. È il povero, l’emarginato, l’ultimo, il dimenticato. Ma in quella prospettiva lo scarto non viene celebrato in quanto scarto: viene riscattato. La politica, quando è nobile, non dice all’uomo caduto “resta pure nella polvere, anzi facciamone una bandiera”; gli tende la mano perché possa rialzarsi.
Qui, invece, pare di assistere a un capovolgimento grottesco: non più la redenzione dello scarto, ma la sua mitizzazione. Non più l’ascensore sociale, ma la discarica identitaria. Non più “gli ultimi saranno i primi”, ma “gli ultimi restino ultimi, purché rumorosi, compatti e possibilmente telegenici”.
È il populismo nella sua forma più teatrale: non promette più dignità, promette vendetta simbolica. Non dice al cittadino: “Ti darò strumenti, cultura, lavoro, diritti, responsabilità”. Gli dice: “Ti hanno disprezzato? Bene. Facciamo del disprezzo un partito”. È una politica che non cura la ferita: la espone, la ingrandisce, la fotografa, la mette sul manifesto elettorale e la vende come prova di autenticità.
E poi c’è quella “sporca dozzina”, citazione cinematografica che vorrebbe evocare ardimento, irregolarità, spirito di corpo. Ma la politica non è un film di guerra del 1967, né il Parlamento dovrebbe essere ridotto a reparto punitivo, né la democrazia rappresentativa può vivere di mitologie da caserma trasferite sul palco congressuale. Le istituzioni non sono un campo di addestramento per anime offese. Sono il luogo in cui la forza dovrebbe farsi responsabilità, la protesta proposta, l’energia competenza.
Invece, in questa nuova epopea dello scarto, il lessico istituzionale viene sostituito da quello del rancore. La rappresentanza diventa arruolamento. Il dissenso diventa trincea. La complessità viene trattata come tradimento. La moderazione come vigliaccheria. Il dubbio come diserzione. La cultura come sospetta raffinatezza da salotto. E così il Paese reale, quello che avrebbe bisogno di sanità efficiente, giustizia funzionante, lavoro dignitoso, scuola seria, imprese sostenute, giovani non costretti a emigrare, viene invitato a partecipare all’ennesima recita muscolare.
La cosa più comica — se non fosse politicamente tragica — è che questa retorica anti-sistema nasce ormai dentro il sistema, vive di televisione, sondaggi, apparati, parlamentari, fondazioni, assemblee, simboli, palco, microfoni e telecamere. È la rivoluzione con accredito stampa. L’anti-palazzo con badge al collo. La ribellione che chiede cortesemente il fondale giusto, la regia luci e il lancio d’agenzia.
E qui il cortocircuito diventa quasi artistico: ci si proclama “figli di nessuno” mentre si costruisce un partito; ci si definisce “feccia” mentre si rivendica centralità politica; ci si dice “scarto” mentre si pretende di orientare il futuro nazionale. È come se Narciso, specchiandosi non più nell’acqua ma in un cassonetto, si innamorasse del proprio riflesso e fondasse un movimento.
La politica, però, non dovrebbe compiacersi delle parole basse. Perché le parole basse abbassano anche chi le ascolta. La Repubblica non ha bisogno di cittadini educati a sentirsi feccia, neppure “orgogliosamente”. Ha bisogno di cittadini consapevoli, liberi, critici, capaci di distinguere tra protesta e progetto, tra coraggio e posa, tra autenticità e provocazione permanente.
Certo, qualcuno dirà che è solo comunicazione. Ma la comunicazione, in politica, non è mai “solo” comunicazione. È costruzione di immaginario. È pedagogia pubblica. È educazione sentimentale delle masse. Se per anni si insegna a un popolo che la raffinatezza è sospetta, che la competenza è casta, che la moderazione è tradimento, che l’avversario è nemico e che la marginalità è un titolo di merito in sé, poi non bisogna stupirsi se il dibattito pubblico diventa una rissa da condominio con ambizioni escatologiche.
In fondo, la frase di Vannacci è preziosa perché svela senza mediazioni il nucleo della sua operazione politica: trasformare la marginalità in mito, il risentimento in appartenenza, l’eccesso verbale in identità. È una destra che non si limita a chiedere consenso; chiede riconoscimento emotivo. Non dice soltanto “votateci”. Dice: “Siamo ciò che gli altri disprezzano, dunque siamo veri”.
Ma la verità non nasce dal disprezzo. E la dignità non nasce dall’autodegradazione. La dignità nasce dalla capacità di non farsi definire né dagli insulti degli avversari, né dalle proprie rabbie, né dalle proprie ferite. Nasce quando si sceglie un linguaggio più alto della propria irritazione.
Per questo, dinanzi alla “feccia” rivendicata e allo “scarto” elevato a programma, la risposta evangelica resta insuperabile: “Tu l’hai detto”.
Non come condanna morale. Non come anatema. Ma come constatazione. Come quel lampo di verità che, ogni tanto, attraversa perfino la politica italiana quando qualcuno, credendo di lanciare uno slogan, finisce per scrivere da solo la didascalia della propria rappresentazione.
E a noi, poveri spettatori di questa commedia nazionale, non resta che prendere nota: la politica italiana ha conosciuto statisti, tribuni, demagoghi, trasformisti, moralisti, moralizzatori e moralmente elastici. Ora inaugura anche la stagione della feccia fiera.
Che dire?
Tu l’hai detto.


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