Redde rationem nel Campo largo?


Per settimane il dibattito nel campo largo si è concentrato sulla leadership. Chi sarà il candidato? Primarie sì o no? Conte o Schlein? Oggi, invece, emerge con chiarezza che il vero problema non è il nome del futuro leader, ma la natura della coalizione, e il campo largo rischia di diventare sempre più un campo minato.
Le ultime dichiarazioni di Giuseppe Conte sull’Ucraina (dopo la sortita di Grillo) e il rilancio di Elly Schlein sulla centralità del programma hanno fatto emergere una frattura che era già evidente ma che molti preferivano considerare secondaria. In realtà è la questione decisiva.
Schlein continua a ribadire la linea del Partito Democratico: sostegno all’Ucraina, piena collocazione europea e atlantica dell’Italia, rafforzamento della difesa comune europea. Una posizione che, pur con accenti diversi, colloca il PD nel solco della tradizione del socialismo democratico europeo.
Conte, al contrario, insiste nel chiedere lo stop all’invio di armi e propone una soluzione fondata esclusivamente sull’iniziativa diplomatica. È una posizione coerente con l’evoluzione del Movimento 5 Stelle, ma profondamente diversa da quella del Partito Democratico.
Il punto è proprio questo: non si tratta di una divergenza marginale. La politica estera non è una materia sulla quale si possa costruire un compromesso lessicale. È la carta d’identità internazionale di un Paese.
Si può discutere della quantità degli aiuti militari, delle modalità del negoziato, delle prospettive di pace. Ma esiste una domanda alla quale ogni forza politica deve rispondere con chiarezza: da quale parte sta l’Italia? Dalla parte di una democrazia aggredita oppure dalla parte di una neutralità che rischia, nei fatti, di favorire l’aggressore?
Per questo il tentativo di spostare il confronto sul programma rischia di essere insufficiente. Un programma può armonizzare proposte sul lavoro, sul fisco o sulla sanità. Molto più difficile è conciliare visioni opposte sul ruolo dell’Europa, della NATO, della difesa comune e della sicurezza internazionale. Lo avevano già osservato numerosi analisti: il programma rischia di diventare il luogo in cui le contraddizioni esplodono, anziché ricomporsi.
Dentro il Partito Democratico questo disagio è sempre meno nascosto. L’area riformista, europeista e liberal-democratica guarda con crescente preoccupazione a un’alleanza nella quale i temi della politica estera vengono progressivamente spostati verso posizioni che appartengono alla cultura politica del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. Il malessere esiste e attraversa amministratori locali, parlamentari, iscritti ed elettori che continuano a riconoscersi nella famiglia del Partito Socialista Europeo e nella tradizione riformista.
È un interrogativo che non può essere liquidato come una semplice disputa interna. Se il prezzo dell’unità è l’ambiguità sulle grandi questioni internazionali, il rischio è quello di smarrire l’identità politica di una parte significativa del centrosinistra.
Proprio per questo i movimenti, le associazioni e le forze che stanno lavorando alla costruzione di un’area riformatrice, liberale, europeista e socialdemocratica dovrebbero accelerare il proprio percorso. Non per alimentare nuove divisioni, ma per offrire un approdo politico a quanti non si riconoscono né nel sovranismo della destra né nel populismo che continua a esercitare una forte influenza nel campo largo.
Il pluralismo è una ricchezza quando produce idee. Diventa un problema quando costringe culture politiche incompatibili a convivere soltanto in funzione elettorale. Le coalizioni si costruiscono attorno a una visione comune del Paese e del suo ruolo nel mondo, non soltanto contro un avversario.
L’Italia ha bisogno di un centrosinistra credibile, europeista e capace di governare. Se il campo largo non riuscirà a sciogliere le proprie contraddizioni sulla politica estera, saranno inevitabilmente altri soggetti politici a raccogliere la domanda di rappresentanza di quell’elettorato riformista che oggi si sente sempre più orfano di una casa politica coerente.


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