di Massimo Carugno (da “Buongiorno Abruzzo” dell’11 e 12 luglio 2026)

Domani Emanuele Filiberto di Savoia sarà a Sulmona, ma ciò che più colpisce non è la visita in sé: è il contorno con cui essa è stata presentata. Quando un’amministrazione comunale attribuisce a un discendente di Casa Savoia un taglio istituzionale e persino onorifico, il problema non è la cortesia, bensì la confusione tra ospitalità e legittimazione simbolica.

E non è questione di ostrascismo preconcetto all’istituzione della Monarchia. La storia europea del dopoguerra è piena di momenti in cui stagioni di profonda riforma sociale, specie adottati da governi socialisti, dai paesi scandinavi alla Danimarca e l’Olanda, dal Regno Unito alla Spagna, hanno attecchito più a lungo in paesi a forma monarchica che repubblicana.

La questione è che nel 1946 l’Italia ha scelto la Repubblica anche per mondare le tragedie del fascismo perpretate sotto gli occhi ignavi del Re, bisnonno dell’ospite di domani.

È per questo che nella nostra, che è una Repubblica compiuta, i titoli dinastici appartengono alla storia privata o alla memoria culturale, non al linguaggio delle istituzioni pubbliche. Concedere spazi ufficiali, saluti formali e formule solenni a chi non riveste alcuna funzione pubblica significa introdurre, dentro il lessico repubblicano, una liturgia che la Costituzione non contempla e non può contemplare .

Non si tratta di negare a nessuno il diritto di essere ricevuto, ascoltato o persino apprezzato. Si tratta di pretendere che il Comune resti Comune, e non diventi una scenografia per nostalgie monarchiche più o meno consapevoli . La città può accogliere un ospite, ma non deve accoglierlo come se rappresentasse un’autorità che la Repubblica non riconosce.

Il Principe, il Sindaco e il Pizzola

La visita di Emanuele Filiberto di Savoia si è conclusa e ne resta ben poco.

Non di lui che ha pure gridato “viva la Repubblica” ma della politica sulmonese.
In compagnia del Sindaco, a ricevere il non certo sconosciuto ospite, c’erano solo il Vice Sindaco Mauro Tirabassi e la consigliera Rossella Piccoli.
Nonostante la barocca lettera di invito del primo cittadino, nessuno di Fratelli d’Italia, che pare abbia ispirato l’evento. Scontata l’assenza della opposizione, nessuno degli altri.
Assente l’assessore alla cultura Cosentino che molti additano come la promotrice della visita.
Assente il Presidente del Consiglio.
Pare fosse in ferie.
Ma la sua nota di ieri che molti, opposizione in testa, hanno interpretato come una toppa a colori, agli occhi di chi scrive ha più il sapore di una presa di distanza dalla iniziativa, quantomeno sul suo carattere ufficiale, cerimoniale e istituzionale, che un soccorso agli entusiasmi del Sindaco.

Del resto era assente anche, tra le altre, la consigliera regionale Marianna Scoccia politicamente vicinissima a Di Rocco.
Non erano state invitate? Male.

Invece era presente Mario Pizzola con il suo manipolo di contestatori.
Non bastava il comunicato stampa.
Bisognava marcare il campo come i pastori abruzzesi e come del resto il demiurgo della contestazione peligna fa da sempre.
Ormai lo hanno capito in molti.
La sua azione di contestazione in piazza non è strumentale al dissenso ma semmai il contrario.

Il dissenso è la scusa per scendere in piazza per farsi immortalare con i cartelli in mano, per darsi una visibilità alla quale, in maniera ossessiva, non ha mai saputo rinunciare.
Ma fin qui tutto bene. Ognuno ha il diritto di essere guitto politico come gli pare.
Diventa incomprensibile il selfie con il Principe.

Perché, se sei lì incazzato, duro e puro per combattere genuinamente le tue battaglie, non ti arrendi al primo selfie sposando la notorietà del personaggio.
Perché allora gli ideali vanno a farsi benedire e resta solo la strumentalizzazione e i pastori abruzzesi.


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