Parliamo di programma

Parliamo di programma

Idee, presuntuose, per il centro sinistra moderato. di Angelo Coco


Sono un elettore di centrosinistra e, ormai da anni, osservo con crescente delusione la politica dei partiti che avrebbero dovuto rappresentare la mia area di riferimento: dal Partito Democratico alle diverse formazioni socialiste che si sono presentate sulla scena italiana.
La mia impressione è che una parte significativa del centrosinistra abbia progressivamente ridotto la propria capacità di interpretare e difendere i diritti sociali, concentrando il dibattito soprattutto su alcune battaglie relative ai diritti civili. Si tratta di questioni importanti, che meritano rispetto e tutela. Il problema nasce, tuttavia, quando esse sembrano occupare quasi interamente l’agenda politica e comunicativa, mentre rimangono sullo sfondo problemi che coinvolgono fasce molto più ampie della popolazione.
Non dovrebbe esistere una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. Una forza autenticamente progressista dovrebbe essere capace di difenderli entrambi. Eppure, nell’esperienza quotidiana di molti cittadini, appare evidente uno squilibrio: mentre alcune questioni acquistano una grande visibilità politica e mediatica, altre, decisive per la qualità della vita di milioni di persone, vengono affrontate in modo episodico, superficiale o emergenziale.
Penso, innanzitutto, all’invecchiamento della popolazione. Da tempo sappiamo che l’età media degli italiani è destinata ad aumentare e che questo cambiamento avrebbe richiesto una profonda riorganizzazione dei servizi, dell’assistenza e degli spazi urbani. Nonostante ciò, il Paese continua a muoversi senza una vera strategia.
Ci ritroviamo così ad affrontare la carenza di assistenza domiciliare, il problema delle badanti e la difficoltà delle famiglie nel prendersi cura delle persone non autosufficienti. Allo stesso tempo, servizi essenziali come gli uffici pubblici, le strutture sanitarie, gli sportelli bancari e gli esercizi commerciali diventano sempre più distanti o meno accessibili per gli anziani.
Anche la trasformazione delle città sembra spesso progettata senza tenere sufficientemente conto della loro reale composizione sociale. Si interviene sulla viabilità e si realizzano piste ciclabili talvolta poco funzionali o scarsamente utilizzabili dalla maggior parte dei cittadini, senza affrontare con la stessa determinazione il problema del trasporto pubblico, delle barriere architettoniche, dei marciapiedi, della sicurezza pedonale e della mobilità delle persone anziane o con disabilità.
La modernizzazione urbana è necessaria, ma non può essere guidata soltanto da modelli astratti o da parole d’ordine. Deve partire dalle persone che concretamente vivono le città, dalla loro età, dalle loro condizioni fisiche, dalle loro esigenze e dalle effettive possibilità di spostamento.
Un altro tema fondamentale è quello pensionistico. Ogni volta che si discute di pensioni, l’attenzione si concentra prevalentemente su chi è già pensionato o su chi si trova vicino al momento del pensionamento. Molto meno si parla, invece, della condizione di chi potrebbe andare in pensione tra venti o trent’anni.
I giovani e gli adulti che oggi lavorano in maniera discontinua, con salari bassi e carriere contributive frammentate rischiano di arrivare alla vecchiaia con trattamenti pensionistici insufficienti. Non si può continuare ad affrontare il problema soltanto attraverso misure temporanee, deroghe, anticipi o formule destinate a durare pochi anni. Occorrerebbe una visione complessiva che consideri insieme occupazione, salari, contribuzione, previdenza complementare e sostenibilità del sistema.
C’è poi il dramma delle morti sul lavoro. In prossimità della ricorrenza della tragedia di Marcinelle, dovremmo ricordare che il lavoro continua ancora oggi a essere, troppo spesso, causa di morte, di invalidità e di sofferenza. Le commemorazioni sono necessarie, ma non bastano.
La mortalità sul lavoro non si riduce attraverso gli slogan politici o sindacali. Servono controlli, formazione, prevenzione, responsabilità effettive, investimenti nella sicurezza e sanzioni realmente applicate. Occorre anche evitare che la concorrenza, gli appalti al massimo ribasso, il lavoro irregolare e la precarietà inducano imprese e lavoratori a considerare la sicurezza un costo da comprimere.
Penso, inoltre, alle prospettive offerte alle nuove generazioni. Continuiamo a formare giovani preparati in università italiane che, in molti casi, sono riconosciute a livello internazionale per la qualità della ricerca e dell’insegnamento. Tuttavia, una parte consistente di questi giovani, per trovare opportunità adeguate alla propria formazione e per costruirsi un futuro, è costretta a trasferirsi all’estero.
Il problema non è la libertà di partire, conoscere altri Paesi e fare esperienze internazionali. Il problema è non avere la possibilità concreta di tornare o di scegliere di restare. Quando un Paese investe nella formazione dei propri giovani e poi non riesce a offrire loro salari dignitosi, stabilità, ricerca, carriera e autonomia, non perde soltanto risorse economiche: perde competenze, energie, innovazione e fiducia nel futuro.
Di fronte a questi problemi, la politica sembra invece dividersi prevalentemente su vicende che possiedono certamente una loro rilevanza istituzionale o giudiziaria, ma che agli occhi di una parte significativa della popolazione appaiono lontane dalle difficoltà quotidiane. Penso, per esempio, alle controversie riguardanti singoli esponenti politici, alle richieste di grazia, ai casi Delmastro e Ranucci e alle polemiche che per giorni occupano il dibattito pubblico.
Non sostengo che tali questioni debbano essere ignorate. La libertà di stampa, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, le responsabilità istituzionali e il rispetto della legalità sono principi essenziali. Ma una politica che si limita a rincorrere ogni singolo caso, senza costruire una gerarchia delle priorità, rischia di perdere il contatto con la parte più ampia e meno rumorosa della società.
Mi riferisco, in particolare, a quell’elettorato moderato e riformista che per molti anni ha guardato al centrosinistra come al luogo naturale nel quale coniugare giustizia sociale, libertà, responsabilità economica, europeismo e rispetto delle istituzioni. Oggi molti di quegli elettori non si riconoscono più né nelle forze di governo né nelle opposizioni così come sono attualmente organizzate.
Nel cosiddetto campo largo, intanto, una delle principali divisioni sembra riguardare la politica estera e, soprattutto, il sostegno all’Ucraina dopo l’invasione russa. La questione è tutt’altro che secondaria. Non si tratta di una disputa marginale, ma di una scelta che coinvolge il rispetto del diritto internazionale, la sicurezza europea, il rapporto con la NATO, la politica di difesa comune e la collocazione internazionale dell’Italia.
È legittimo discutere sulle modalità e sui limiti del sostegno militare, sulle iniziative diplomatiche e sulle condizioni per arrivare alla pace. Ma è difficile immaginare una coalizione di governo credibile se, al suo interno, convivono posizioni radicalmente differenti sulla natura dell’aggressione russa, sugli impegni internazionali dell’Italia e sul futuro della sicurezza europea.
La politica estera ha sempre rappresentato uno degli elementi attraverso i quali si definisce l’identità di una forza politica. Può segnare le differenze tra maggioranza e opposizione, ma anche mettere in evidenza le contraddizioni presenti all’interno delle stesse coalizioni.
La domanda, quindi, è inevitabile: come si potrà stare dalla stessa parte in Italia, e forse anche in Europa, quando si esprimono valutazioni profondamente diverse sull’invasione dell’Ucraina e sulle conseguenze che essa produce per il nostro continente?
Prima ancora di scegliere una persona da contrapporre alla presidente del Consiglio, il campo largo dovrebbe chiarire quale idea di Paese, di Europa e di politica internazionale intenda proporre. Un candidato non può sostituire un programma e un’alleanza elettorale non può nascondere indefinitamente le differenze politiche.
Comprendo, dunque, le ragioni di quanti si sono progressivamente allontanati dalla politica e, di conseguenza, anche dal voto. L’astensione è stata per molti una forma di protesta, quasi uno sciopero silenzioso contro partiti nei quali non riuscivano più a riconoscersi. Ma credo che sia arrivato il momento di interrompere questo sciopero, perché lasciare agli altri ogni decisione non contribuisce a cambiare la politica: finisce, al contrario, per rafforzare proprio ciò che si vorrebbe contestare.
La scelta, peraltro, non è necessariamente limitata all’alternativa tra il cosiddetto campo largo e l’attuale maggioranza di governo. In mezzo esiste un’area politica e culturale ancora frammentata, ma attraversata da un fermento reale: un’area moderata, riformista, socialista, liberale e popolare che ha bisogno di essere organizzata, resa riconoscibile e trasformata in una proposta credibile.
L’invito è rivolto ai cittadini, affinché tornino a partecipare, ma anche ai mezzi di informazione, perché guardino con maggiore attenzione dentro questo spazio politico e contribuiscano a far conoscere le idee, le persone e le esperienze che già vi operano. Troppo spesso il dibattito pubblico viene rappresentato come una contrapposizione obbligata tra due soli schieramenti, mentre una parte consistente dell’elettorato continua a non sentirsi rappresentata né dall’uno né dall’altro.
È un invito, infine, anche a quanti, all’interno del campo largo, ritengono ancora possibile sviluppare un’autentica esperienza riformista. Dovrebbero domandarsi se quello spazio consenta davvero di affrontare con serietà i problemi del lavoro, delle pensioni, dell’invecchiamento della popolazione, della sanità, della sicurezza sociale e delle nuove generazioni, oppure se il riformismo sia destinato a rimanere soltanto una componente minoritaria, evocata nelle dichiarazioni ma poco influente nelle scelte concrete.
Ricostruire una casa politica per chi non si riconosce più negli schieramenti attuali non sarà semplice. Ma continuare ad attendere che siano gli altri a farlo significa accettare che nulla cambi. Il fermento esiste: occorre ora avere il coraggio, la responsabilità e la capacità politica di dargli una forma.


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