Si rianima sul Corriere della Sera il dibattito sulla necessità/opportunità o meno di introdurre in Italia una patrimoniale. Il tema “tasse” lo abbiamo già affrontato ricordando come nel nostro paese vige una Costituzione che prevede il dovere di ogni cittadino di contribuire in base alle proprie possibilità. Rinnegare questo principio significherebbe cambiare il senso di quanto voluto dai Padri costituenti, ma far finta che il sistema funzioni bene significherebbe, ancora una volta, usare il metodo dell’ipocrisia per definire lo stato delle cose tra contribuenti e fisco, sia quello centrale che quello territoriale. Perché ci si oppone a un cambio di passo che porterebbe la patrimoniale a distinguere tra chi deve pagare più tasse e chi ne dovrebbe pagare di meno? La risposta a questa domanda la dette qualche anno fa, prima di essere ucciso, il premier svedese Olof Palme: “Invece di fare la guerra alla ricchezza bisogna fare la guerra alla povertà”. E questo è ciò che dovrebbe fare una sinistra moderata, puntare a un riequilibrio che la nostra Costituzione già prevede, ma che, nei fatti, è smentito da troppo tempo a causa di un mal funzionamento della macchina fiscale, che consente livelli di evasione da Terzo e forse Quarto mondo. Il dato forse più eclatante di questa difficoltà a mettere a punto un sistema efficiente in grado di misurare effettivamente la capacità di partecipazione dei singoli, persone fisiche o giuridiche, alle spese dello Stato trova un altra conferma anche quando si tratta di recuperare quello che già è stato accertato: dal 2000 ad oggi sono circa 1.300 (mille e trecento) i miliardi di euro che lo Stato avrebbe dovuto incassare come tasse e imposte non pagate, ma di questi solo meno del 10% è stato incassato, mentre meno di 100 milioni, stando ai dati ufficiali, sarebbero gli euro ancora che si possono incassare. Mentre fioccano condoni mascherati, come iniziative dai nomi stravaganti, vedi il “saldo e stralcio” o le cinque “rottamazioni”.
E’ necessario un cambio di paradigma, decidere una volta per tutte es c’è da temere di essere chiamati il “partito delle tasse” o se, nell’inerzia, consentire sempre al “partito degli evasori” di farla franca. Badate, qui n on c’è alcun accanimento contro chicchessia: il fisco non deve continuare a vedere il cittadino come un “evasore”, ma il cittadino deve essere consapevole che la giusta contribuzione di tutti serve a consentire allo Stato di fornire alla collettività i servizi di cui necessita, e non è necessario fare l’elenco.
Una politica di questo tipo, tesa a rendere più funzionante la macchina fiscale del nostro paese, servirebbe anche a ridurre quel fenomeno negativo per cui chi evade usufruisce anche delle agevolazioni e dei benefits previsti per le classi meno abbienti: ciò è ingiusto per chi ha realmente bisogno di quegli aiuti e, nel caso di attività commerciali o imprenditoriali, questo modo di fare crea concorrenza sleale.
Insomma, non serve la patrimoniale per rendere giustizia sociale e fiscale, ma solo una macchina in grado di far capire a tutti gli italiani che i servizi per la collettività hanno un costo, e se li vogliamo dobbiamo essere consapevoli che la nostra compartecipazione alle spese è necessaria.


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