Studium vos liberos faciet (di Umberto Costi)
La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la riforma Bernini sul reclutamento e i concorsi universitari. Questo testo va a modificare l’assetto del nostro sistema accademico a quindici anni dalla legge Gelmini del 2010, e si inserisce in quella lunga serie di riforme che hanno cercato di ridisegnare la nostra Università , con modesti risultati in realtà , fin dai tempi del 3+2 e dei CFU introdotti da Luigi Berlinguer nel 1999 e della No Tax Area introdotta da Matteo Renzi nel 2017. La legge Bernini è concepita per rendere trasparenti i concorsi universitari e, da questo punto di vista, lo sforzo del Ministro è certamente apprezzabile.
Tuttavia, pensare di eliminare per legge le interferenze umane è un’illusione che alberga di diritto tra le utopie irrealizzabili. Vengo brevemente al punto.
Il cuore del provvedimento interviene sul primo momento dell’accesso ai ruoli di professore Ordinario, Associato e Ricercatore, abolendo l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) ,una procedura di abilitazione centralizzata , sostituendola con un sistema di requisiti minimi autocertificabili di produttività scientifica stabiliti dal Ministero. Chi li possiede accede direttamente ai concorsi banditi dai singoli atenei.
Poi c’è l’introduzione della prova didattica in aula, che è un’arma per alcuni a doppio taglio. Non condivido le critiche di queste ore a questo aspetto della riforma: ritengo non solo opportuno, ma addirittura necessario, valutare se un futuro professore sappia stare in cattedra e svolgere in modo adeguato una lezione. Rimane fondamentale, ovviamente, la valutazione dei suoi titoli: lo spessore scientifico delle pubblicazioni, le esperienze all’estero e la loro durata, la partecipazione come relatore a congressi nazionali e internazionali, la titolarità di brevetti e altro. Certo, una prova orale porta con sé una discrezionalità inevitabile dei giudicanti, e il loro sorteggio come previsto dalla Riforma Bernini non è la soluzione a tutto, né elimina alcune dinamiche di “cortesia” che potrebbero innescarsi tra atenei. Forse si potrebbe assegnare una parte, seppur minima, del punteggio e quindi della valutazione a dei test a risposta multipla di alto livello sulla disciplina, al fine di tutelare il candidato.
La verità profonda, tuttavia, è che nessun algoritmo concorsuale sostituirà mai il senso etico che deve animare chi giudica. Alla base di tutto ci devono essere la lealtà e il rigore nei comportamenti.
Ecco perché tutte le riforme a cui abbiamo assistito finora, tese unicamente a modificare il diritto amministrativo che governa le nostre Università, hanno risolto poco. La nostra riflessione si sta spingendo, quindi, verso una strada che già trova sponda in alcune forze dell’area liberale. Pensare di trasformare le Università in enti di diritto privato, che rimarrebbero a tutti gli effetti pubbliche, regolati dal Codice Civile potrebbe fornire, se non la panacea, almeno un tentativo di soluzione concreta a buona parte di questi problemi. In un modello del genere l’avanzamento di carriera sarebbe più rigoroso e persino più tutelato, e l’ateneo stesso ne sarebbe il garante, se non altro per l’interesse vitale di non perdere finanziamenti e credibilità nel mondo della ricerca scientifica.
Con il Codice Civile, infatti, gli atenei possono blindare un professore di altissimo livello con un contratto privato in ventiquattr’ore, offrendo subito le condizioni ideali per contrattualizzarlo. Oggi, invece, per reclutare la stessa persona occorre attivare procedure burocratiche che richiedono mesi, se non anni, spingendo i talenti migliori a rinunciare e a rivolgersi altrove. A questo si aggiunga il tema della responsabilità reale: oggi, se una commissione o un ateneo sbagliano la scelta, a pagare i danni è lo Stato, cioè noi contribuenti. Con le regole del diritto privato la responsabilità finanziaria e legale ricade direttamente sull’ateneo. Questo cambio di paradigma costringe a una serietà totale e a selezionare esclusivamente le persone che meritano.
Sappiamo bene quanto sia complessa e arretrata la burocrazia nel nostro Paese, e restiamo prudenti sul fatto che l’Italia sia pronta a un impatto così radicale senza subire distorsioni. Ma continuare a mettere toppe nel perimetro del diritto amministrativo non basta più.


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