La discussione sulla nuova legge elettorale sta diventando lo specchio più fedele della politica italiana di questo ultimo periodo: tutti parlano di regole, pochi parlano di democrazia; tutti invocano il riformismo, quasi nessuno dice da quale cultura politica quel riformismo provenga; tutti denunciano lo stallo, ma molti sembrano vivere dello stallo stesso.
La maggioranza ha portato avanti una riforma che cambierebbe profondamente il sistema vigente: proporzionale, premio di governabilità, soglia al 42 per cento, liste bloccate, indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio. In Commissione Affari costituzionali il testo è stato adottato come testo base il 4 giugno, ma poi, arrivato in Aula, ma la partita si è inceppata sul tema delle preferenze.
Qui sta il primo equivoco. Fratelli d’Italia dice di voler restituire all’elettore la possibilità di scegliere gli eletti. Lega e Forza Italia frenano. Si discute di compromessi tecnici, ma la sensazione politica è che il contrasto serva anche a coprire il punto vero: chi decide la rappresentanza? Gli elettori, i partiti, le coalizioni, o un premio costruito per trasformare una maggioranza relativa in una maggioranza parlamentare blindata?
La maggioranza finge di litigare sulle preferenze perché quel litigio è utile. Le consente di occupare la scena come se fosse attraversata da un travaglio democratico, quando invece l’impianto complessivo resta segnato da una logica di controllo che assicurerebbe governabilità, certo, ma dentro una cornice che ridurrebbe il pluralismo a fastidio e la rappresentanza a contabilità. Il nodo non è soltanto se l’elettore possa scrivere un nome sulla scheda. Il nodo è come pensare la legge elettorale: come strumento della Repubblica o come assicurazione politica della coalizione di turno?
L’opposizione nel frattempo deve cambiare copione, non può limitarsi a denunciare. Dire che la maggioranza vuole “scrivere da sola le regole del gioco” è vero come accusa politica, ma non basta come proposta. Nonostante la presentazione di centinaia di emendamenti e alcune battaglie comuni il fronte alternativo appare ancora più difensivo che costituente: molti emendamenti soppressivi, qualche correttivo condiviso, poi iniziative separate,.
Questa è la debolezza decisiva. Il cosiddetto Campo largo, Italia Viva e Azione non hanno ancora offerto al Paese una proposta politica riconoscibile e/o unitaria sulla rappresentanza. Non basta dire no al premio. Non basta dire no alla forzatura. Non basta evocare la Costituzione. Bisogna dire quale Parlamento si vuole, quale rapporto tra cittadini ed eletti, quale equilibrio tra stabilità e pluralismo, quale idea di partito, a anche quale selezione della classe dirigente.
Una coalizione che aspira a governare non può presentarsi come comitato del “no” permanente. Deve saper dire: questa è la nostra legge elettorale; questo è il nostro modello di democrazia rappresentativa; questa è la nostra idea di partecipazione. Se non lo fa, lascia alla destra il monopolio dell’iniziativa e si condanna a inseguire. E chi insegue, in politica, quasi sempre perde.
Ma c’è un nodo ancora più profondo. Oggi tutti si dichiarano riformisti. È diventata una parola passe-partout, un’etichetta buona per ogni stagione: riformista è chi vuole cambiare la Costituzione, chi vuole cambiare il fisco, chi vuole cambiare la giustizia, chi vuole cambiare la legge elettorale. Ma il riformismo non è una posa lessicale. Non è il sinonimo elegante di “moderazione”. Non è nemmeno il contrario automatico di “massimalismo”.
Il riformismo italiano ed europeo ha una storia precisa che nasce e cresce dentro la cultura socialista, socialdemocratica, laburista, cooperativa, autonomista, municipale. È la cultura che ha tenuto insieme libertà politica e giustizia sociale, rappresentanza e governo, istituzioni e corpi intermedi, diritti civili e diritti sociali. È la cultura che non ha mai pensato la democrazia come una semplice procedura per produrre vincitori, ma come un metodo per includere, mediare, responsabilizzare. E governare.
Omettere ciò non è un dettaglio accademico. È una mutilazione politica. Quando il centrosinistra rimuove la radice socialista e socialdemocratica del riformismo, perde il proprio lessico, la propria memoria e il proprio popolo. Diventa una somma di sensibilità: un po’ progressista, un po’ liberale, un po’ ambientalista, un po’ populista, un po’ centrista. Ma una somma non è una cultura politica, e senza cultura politica non c’è coalizione che tenga.
Anche l’astensionismo nasce da qui. Certo, non solo da qui: pesano diseguaglianze, sfiducia, precarietà, distanza dai partiti, impoverimento del dibattito pubblico. Ma quando milioni di cittadini non vedono più un campo politico capace di rappresentare il lavoro, la mobilità sociale, la giustizia fiscale, la scuola pubblica, la sanità, la dignità delle periferie e dei territori, allora il non voto diventa una forma muta di separazione e il “partito del non voto” è ormai stabilmente la scelta più ampia.
Per questo la legge elettorale non è una questione tecnica. È una questione di fiducia. Se i cittadini percepiscono che le regole vengono cambiate per proteggere chi già comanda, si allontanano. Se percepiscono che l’opposizione non ha una proposta alternativa, si allontanano. Se sentono pronunciare la parola “riformismo” senza ritrovare in essa una storia, una parte sociale, una promessa di emancipazione, si allontanano ancora di più.
La destra può permettersi una legge elettorale costruita sulla governabilità perché ha un blocco politico riconoscibile. L’opposizione no, e se vuole tornare competitiva, deve fare esattamente il contrario, ricostruire un’identità prima ancora di cercare un algoritmo elettorale. Deve smettere di nascondere le proprie radici socialiste e socialdemocratiche. Deve riconoscere chi quella cultura l’ha custodita anche negli anni della dispersione, dell’oblio e del nuovismo.
Il problema non è soltanto battere una riforma sbagliata. Il problema è tornare a essere una proposta di Paese. Una legge elettorale si può correggere, emendare, respingere. Ma un vuoto politico, se dura troppo, diventa destino.
E oggi il rischio è esattamente questo: una maggioranza che usa le regole per consolidarsi, un’opposizione che denuncia senza proposta, un riformismo senza memoria, un elettorato che si ritira. Se il campo alternativo alla destra continuerà a ignorare la cultura socialista e socialdemocratica, continuerà anche a ignorare una parte decisiva della società italiana. E quella società, semplicemente, continuerà a non sentirsi chiamata.
Non c’è riforma elettorale che possa sostituire una politica viva e non c’è premio di maggioranza che possa creare consenso reale. Così come non c’è Campo largo che possa diventare maggioranza se resta culturalmente stretto.
La democrazia italiana non ha bisogno di un altro espediente. Ha bisogno di una scelta: ridare voce ai cittadini, riconoscere le culture politiche che hanno costruito la Repubblica, e dire finalmente che il riformismo non è una parola neutra. È una storia. È una parte. È una responsabilità.
Una risposta a “Il riformismo dimenticato e la legge elettorale dello stallo”
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Propositivo e chiaro.


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