Ancora ferma la decisione sul nodo del proporzionale, mentre Conte pensa a cambiare nome alla coalizione: Alleanza per la Costituzione
La discussione sulla nuova legge elettorale resta ferma al nodo politico del proporzionale. Tutti lo invocano, molti lo presentano come garanzia di rappresentanza, ma pochi sembrano davvero disposti ad accettarne fino in fondo le conseguenze.
La proposta del centrodestra, approdata in Parlamento, si muove formalmente dentro un impianto proporzionale, ma con un premio di maggioranza alla coalizione che superi il 42 per cento dei consensi. In assenza di quella soglia, il sistema tornerebbe invece a funzionare come un proporzionale puro. Resta però irrisolto il tema delle preferenze, perché l’ipotesi oggi in campo non restituisce agli elettori una piena possibilità di scelta dei parlamentari.
In questo quadro si comprende l’agitazione che attraversa la politica. Le parole di Giorgia Meloni sul Quirinale hanno scoperto una parte della posta in gioco: non solo la prossima legge elettorale, ma anche gli equilibri istituzionali che potrebbero seguire alla prossima legislatura. La Presidente del Consiglio ha sostenuto che potrebbe non essere più un tabù avere un Presidente della Repubblica non di centrosinistra. Non ha detto volutamente “di destra”; ha posto, piuttosto, una questione di legittimazione politica e culturale.
Mentre fuori e dentro il Parlamento si discute di riforma elettorale, premio di maggioranza, soglie, liste bloccate e preferenze, continua tuttavia a mancare una proposta davvero compiuta del Campo largo. Le opposizioni contestano la proposta della maggioranza, ma faticano a indicare un modello alternativo capace di tenere insieme rappresentanza, governabilità e restituzione di potere agli elettori.
In questo vuoto si inserisce il tentativo di Giuseppe Conte di cambiare anche il nome del progetto politico dell’opposizione, proponendo la formula “Alleanza per la Costituzione”. È una definizione impegnativa, che richiama valori alti e condivisibili, ma che rischia di restare una cornice se non viene accompagnata da contenuti precisi: quale legge elettorale, quale coalizione, quale programma, quale idea di governo.
Contemporaneamente Matteo Renzi continua a occupare spazio nel dibattito pubblico, ricordando che il cosiddetto “tavolo dei quattro” — Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra — da solo non basta per battere l’attuale maggioranza. La sua tesi è chiara: per vincere occorre includere anche l’area riformista, moderata, liberale e garantista, che lui e qualcun altro dicono di rappresentarne parte, senza trasformarla in un ospite tollerato del Campo largo.
Da questi fatti derivano due considerazioni.
La prima è che si continua a minimizzare, se non a ignorare, la presenza di forze politiche piccole ma portatrici di culture decisive nella storia d’Italia: l’area repubblicana, quella liberal-socialista e quella socialdemocratica. Sono culture che hanno contribuito alla costruzione dell’Italia democratica, alla sua modernizzazione e alla sua collocazione internazionale. SD ritiene di poter rappresentare, almeno in larga parte, questo patrimonio politico, che non può essere liquidato come marginale.
La seconda è che il proporzionale somiglia sempre di più a quel noto detto romano: “La sora Camilla tutti la vogliono e nessuno se la piglia”. Tutti lo evocano quando serve rivendicare pluralismo. Pochi lo accettano quando il pluralismo comporta dare cittadinanza politica anche alle culture minori, ai partiti intermedi, alle forze riformiste e alle tradizioni che non si riconoscono né nel bipolarismo muscolare né nella riduzione della politica a una somma di leadership personali.
Il punto vero, allora, non è solo scegliere tra proporzionale e maggioritario. È decidere se si vuole una legge elettorale costruita per fotografare il Paese reale o per blindare gli equilibri dei partiti maggiori. Se il proporzionale deve essere soltanto una parola utile alla propaganda, meglio dirlo subito. Se invece deve tornare a essere uno strumento di rappresentanza, allora occorre avere il coraggio di renderlo coerente: con preferenze, pari dignità tra le culture politiche e regole che non trasformino la rappresentanza in una finzione.
Perché una democrazia non si rafforza riducendo le voci, ma ordinandole dentro istituzioni credibili. E una coalizione che voglia davvero proporsi come alternativa di governo non può nascere stretta, selettiva e impaurita dalle proprie differenze. Deve saperle comporre.


Lascia un commento