Bologna, la violenza non può sequestrare la libertà di manifestare
I fatti avvenuti a Bologna impongono una condanna netta, senza ambiguità e senza doppi standard. Una manifestazione convocata per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir si è trasformata, per responsabilità di gruppi violenti, in una notte di scontri, devastazioni e aggressioni contro le forze dell’ordine. Secondo il bilancio diffuso dalla Questura, sono rimasti feriti 64 operatori e sono stati danneggiati mezzi della Polizia e beni pubblici e privati nel centro cittadino. La stessa famiglia di Fakir ha preso le distanze dalle violenze, ribadendo di chiedere giustizia e dignità, non odio.
Non è tollerabile che cittadini, associazioni e forze politiche debbano interrogarsi sull’opportunità di partecipare a una manifestazione pacifica per il timore che gruppi organizzati possano infiltrarsi, provocare incidenti e trasformare una piazza democratica in un terreno di scontro. La libertà di manifestare è garantita dalla Costituzione e rappresenta uno dei fondamenti della democrazia. Proprio per questo deve essere difesa da chi la utilizza come copertura per aggredire persone, danneggiare città e cercare deliberatamente il conflitto.
La condanna degli scontri non elimina la necessità di accertare fino in fondo che cosa sia accaduto durante l’intervento nel quale è morto Fakir. La Procura ha aperto un’indagine e saranno esaminate anche le immagini delle telecamere indossate dagli agenti. Il video diffuso sui social ha sollevato interrogativi seri sulle modalità dell’immobilizzazione e sui soccorsi. Ogni responsabilità dovrà essere verificata dalla magistratura con rigore, senza anticipare giudizi e senza protezioni corporative.
Non esiste contraddizione tra la richiesta di verità e la vicinanza alle forze dell’ordine. Gli agenti devono poter svolgere il proprio lavoro con strumenti adeguati, formazione, protezione giuridica e sostegno istituzionale. Devono però operare, come ogni potere pubblico, nel rispetto della legge e sotto il controllo dell’autorità giudiziaria.
Dopo la discussione suscitata dal caso Roggero, anche Bologna riporta il tema della sicurezza al centro del dibattito nazionale. Sono vicende profondamente differenti, ma entrambe mostrano quanto sia pericoloso affrontare il problema attraverso contrapposizioni assolute: cittadini contro magistrati, manifestanti contro polizia, italiani contro stranieri, ordine contro diritti.
La sicurezza non può essere ridotta né alla semplice repressione né alla tolleranza verso chi viola la legge. Richiede prevenzione, presenza dello Stato, rapidità della giustizia, tutela delle vittime e controllo democratico sull’uso della forza. Richiede inoltre la capacità di isolare i violenti, senza criminalizzare le manifestazioni pacifiche e senza trasformare intere comunità in capri espiatori.
SD condanna con fermezza i mandanti, gli organizzatori e gli esecutori degli atti di violenza e delle devastazioni avvenute a Bologna. Esprime solidarietà agli agenti feriti e vicinanza a tutte le forze dell’ordine chiamate quotidianamente a garantire la sicurezza collettiva.
Nello stesso tempo, SD chiede piena verità sulla morte di Abderrahim Fakir e respinge ogni tentativo di usare la tragedia per alimentare odio, razzismo o contrapposizioni ideologiche.
Difendere la legalità significa proteggere insieme il diritto di manifestare, l’incolumità degli agenti, i beni della comunità e la dignità di ogni persona. Non sono obiettivi incompatibili: sono parti inseparabili dello stesso Stato di diritto.


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