Nel ricordo dei minatori italiani morti nelle viscere della terra, un dovere di memoria che parla al presente e ci richiama alla responsabilità di proteggere ogni lavoratore. di Angelo Coco
L’8 agosto 1956, nelle profondità della miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, il tempo si fermò.
Un incendio si propagò nei cunicoli, trasformando il pozzo in una trappola di fumo, calore e gas. Là sotto rimasero imprigionati centinaia di uomini. Erano scesi come ogni mattina, con gli abiti da lavoro, la lampada, il pane preparato dalle mogli e la speranza di assicurare un futuro migliore ai propri figli.
Morirono in 262. Centotrentasei erano italiani. Provenivano soprattutto dalle regioni più povere del nostro Paese, da paesi nei quali il lavoro mancava e l’emigrazione rappresentava spesso l’unica possibilità di sopravvivenza. Sessanta delle vittime italiane erano abruzzesi. Molti venivano da Manoppello e Lettomanoppello, comunità che in poche ore persero padri, figli, fratelli e mariti.
Nei giorni successivi, davanti ai cancelli della miniera, donne e bambini attesero una notizia. Guardavano i soccorritori entrare e uscire, cercavano di riconoscere un volto, speravano di udire un nome. L’attesa durò due interminabili settimane. Il 23 agosto arrivò l’annuncio che nessuno avrebbe voluto ascoltare: erano tutti morti, a più di mille metri di profondità, alcuni ritrovati stretti gli uni agli altri nell’ultimo, disperato gesto di fraternità.
Marcinelle è diventata il simbolo del sacrificio degli italiani emigrati. Ma non fu la prima tragedia e, purtroppo, non fu l’unica.
Il 6 dicembre 1907, a Monongah, nella Virginia Occidentale, un’esplosione devastò due miniere. Le vittime ufficialmente riconosciute furono 361; oltre 170 erano lavoratori italiani, partiti soprattutto dall’Abruzzo, dal Molise e dalla Calabria. Fu il più grave incidente minerario della storia degli Stati Uniti e una delle pagine più dolorose dell’emigrazione italiana. Dietro quei numeri vi furono centinaia di vedove e di bambini rimasti senza padre, in una terra lontana nella quale erano arrivati cercando dignità e lavoro.
Il 22 ottobre 1913 fu la volta di Dawson, nel New Mexico. Nell’esplosione della miniera persero la vita 261 lavoratori, 146 dei quali italiani. Anche loro avevano attraversato l’oceano inseguendo la promessa di una vita meno povera. Trovarono invece la morte nelle gallerie di una città mineraria che, dopo una seconda sciagura nel 1923, sarebbe stata progressivamente abbandonata.
Le miniere uccidevano anche in Italia. Il 4 maggio 1954, un’esplosione di grisù nella miniera di lignite di Ribolla, in Toscana, strappò alla vita 43 lavoratori. Il 22 marzo 1955, nelle miniere di Morgnano, vicino a Spoleto, un’altra esplosione provocò la morte di 23 minatori. Erano uomini che conoscevano il pericolo, ma non avevano il privilegio di poter rinunciare al salario necessario per sostenere le proprie famiglie.
Monongah, Dawson, Ribolla, Morgnano, Marcinelle. Nomi diversi, uniti dallo stesso buio. Luoghi lontani tra loro, ma accomunati dal dolore di comunità intere e dal sacrificio di lavoratori che pagarono con la vita il diritto a guadagnarsi il pane.
Ricordarli non significa soltanto volgere lo sguardo al passato. Significa interrogare il presente.
Oggi non scendiamo più in massa nelle miniere del Belgio o degli Stati Uniti. Sono cambiati i luoghi, le tecnologie e le forme del lavoro. Ma ancora oggi, nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, nei magazzini e lungo le strade, troppe persone escono di casa per lavorare e non vi fanno ritorno.
I dati più recenti dell’Inail mostrano che, tra gennaio e maggio 2026, sono state presentate 261.389 denunce di infortunio sul lavoro. Nello stesso periodo sono state registrate 370 denunce di infortunio con esito mortale: 269 per eventi avvenuti in occasione di lavoro e 101 durante il tragitto tra casa e luogo di lavoro. Sono dati provvisori, destinati a essere aggiornati con l’evoluzione delle istruttorie amministrative, ma descrivono comunque una realtà che non può essere considerata normale.
Dietro ogni denuncia mortale non c’è una statistica. C’è una sedia rimasta vuota a tavola. C’è un telefono che squilla e porta una notizia capace di dividere per sempre la vita di una famiglia in un “prima” e in un “dopo”. Ci sono genitori che perdono un figlio, bambini che non vedranno più rientrare il padre o la madre, colleghi costretti a convivere con un ricordo che non li abbandonerà.
Non possiamo limitarci a chiamarle fatalità. La sicurezza richiede controlli adeguati, formazione concreta, manutenzione, organizzazione, investimenti e rispetto delle regole. Richiede che la fretta, il risparmio e il profitto non prevalgano mai sulla vita umana. Richiede inoltre che i lavoratori possano segnalare un pericolo senza temere di perdere il posto.
La memoria di Marcinelle ci consegna precisamente questa responsabilità.
Quei minatori non chiedevano privilegi. Chiedevano di lavorare, di mantenere le proprie famiglie, di costruire un futuro. Lo stesso chiedono oggi milioni di lavoratori italiani e stranieri. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il salario e la sicurezza, tra la necessità di lavorare e il diritto di tornare a casa.
L’8 agosto, quando risuonerà la campana del Bois du Cazier, ogni rintocco ricorderà uno dei 262 uomini rimasti nella miniera. Ma quel suono dovrà attraversare il tempo e raggiungere anche il nostro Paese.
Dovrà ricordarci che il lavoro è fondamento della Repubblica soltanto quando è libero, dignitoso e sicuro. Che una società civile non misura il proprio progresso soltanto attraverso la ricchezza prodotta, ma attraverso la capacità di proteggere chi quella ricchezza costruisce.
Ai minatori di Marcinelle, di Monongah, di Dawson, di Ribolla e di Morgnano dobbiamo il silenzio rispettoso della memoria.
Ai lavoratori di oggi dobbiamo qualcosa di più: l’impegno affinché nessuno debba più morire per guadagnarsi la vita.



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