La manifestazione del 18 luglio a Roma conferma il fermento. di Vicky Amendolia (da “La Giustizia” del 20/7/2026)

Ci sono iniziative politiche che nascono per presentare un simbolo, un leader o una lista elettorale. Altre, più semplicemente, cercano di ricostruire una cultura politica prima ancora che una proposta organizzativa. La prima Assemblea del Comitato promotore di Europeisti.eu, riunitasi a Roma nell’ambito dell’iniziativa Operazione Polo Europeista, appartiene certamente a questa seconda categoria.

Non è stato il congresso di un nuovo partito, né la celebrazione di una leadership. È stato piuttosto un momento di confronto tra personalità provenienti da tradizioni diverse – liberale, repubblicana, socialista democratica, radicale, cattolico-popolare – accomunate dalla convinzione che l’attuale assetto politico italiano lasci ormai poco spazio a quella cultura riformista ed europeista che, per decenni, ha rappresentato uno degli elementi più qualificanti della vita democratica del Paese.

L’ampia partecipazione di esponenti politici, parlamentari, amministratori, studiosi e rappresentanti del mondo associativo ha confermato come l’iniziativa non sia stata pensata quale semplice esercizio accademico. Dai promotori di Europeisti.eu ai rappresentanti delle diverse sensibilità politiche intervenute – tra gli altri Aldo Torchiaro, Piercamillo Falasca, Raffaele Nevi, Mario Mauro, Fabrizio Cicchitto, Daniele Nahum, Sergio Scalpelli, Matteo Hallissey, oltre a numerosi altri protagonisti del dibattito – è emersa la comune consapevolezza che il tema non sia tanto quello di costruire l’ennesimo soggetto politico, quanto di verificare se esistano ancora le condizioni per dare voce ad un’area culturale oggi dispersa e spesso priva di una reale rappresentanza politica.

Il filo conduttore degli interventi è stato il richiamo all’Europa non come semplice costruzione istituzionale, ma come spazio politico fondato sulla democrazia liberale, sullo Stato di diritto, sull’economia sociale di mercato e sulla difesa delle libertà individuali. Un europeismo che si contrappone tanto ai sovranismi quanto ai populismi e che rivendica il valore del riformismo come metodo di governo.

In questo quadro si sono inseriti due interventi che, pur affrontando il tema da prospettive differenti, hanno offerto alcune delle riflessioni più significative dell’intera giornata.

Mauro Del Bue, direttore de La Giustizia, ha proposto un’analisi dell’evoluzione del sistema politico italiano, chiarendo anzitutto un equivoco.

“Noi non siamo contro il bipolarismo tout court. Siamo contro questo bipolarismo all’italiana”, ha affermato, ricordando come il bipolarismo degli anni Novanta fosse caratterizzato dalla presenza, nei due schieramenti, di solide culture liberali e riformiste, mentre oggi tali componenti risultano progressivamente marginalizzate. “I liberali sono una esigua minoranza e i riformisti sono mal sopportati, mal digeriti”, ha osservato, descrivendo un sistema nel quale entrambe le coalizioni sembrano aver progressivamente smarrito quella tradizione politica che ne aveva caratterizzato la stagione migliore.

Da questa analisi è scaturita anche la proposta politica.

Secondo Del Bue, la futura aggregazione europeista non dovrebbe essere considerata una presenza marginale o testimoniale.

“Noi non siamo un voto inutile. Siamo un voto utile, utilissimo”, ha detto, individuando nell’area liberale e riformista il possibile elemento capace di superare «un bipolarismo malato e pericoloso» e di favorire, dopo il voto, la costruzione di una maggioranza fondata sulle culture riformatrici presenti nei diversi schieramenti. Da qui anche il richiamo alla necessità di dotare rapidamente il progetto di una struttura organizzativa, di un simbolo e di una forte iniziativa pubblica nazionale capace di renderlo riconoscibile agli elettori.

Se Del Bue ha analizzato la crisi dell’attuale sistema politico, Umberto Costi, intervenuto nella duplice veste diPresidente della Fondazione Giuseppe Saragat e di Segretario nazionale di Socialdemocrazia SD, ha preferito affrontare il tema da una prospettiva storica e culturale.

“Intervengo come Presidente della Fondazione Saragat e quindi non farò un ragionamento politico”, ha esordito. Una premessa che, in realtà, ha introdotto una riflessione di grande spessore sulle radici ideali dell’europeismo democratico.

Richiamando Filippo Turati e Giuseppe Saragat, Costi ha ricordato come l’idea di un’Europa capace di superare i nazionalismi non appartenga soltanto alla storia dell’integrazione europea del secondo dopoguerra, ma affondi le proprie radici nel pensiero del socialismo riformista già all’inizio del Novecento.

Citando il celebre scritto di Turati “I cinque minuti di Sadowa”, egli ha ricordato come già nel 1904 fosse stata intuita la deriva distruttiva dei nazionalismi e la necessità di una prospettiva europea capace di superarli.

Ma il passaggio probabilmente più significativo del suo intervento è stato quello dedicato al rapporto tra liberalismo e socialdemocrazia.

“L’area liberale, se si allarga e si affaccia al balcone della politica, incontra il socialismo illuminato, il socialismo riformista, il socialismo democratico”, ha affermato, richiamando anche il contributo dell’ordoliberalismo tedesco e indicando nella sintesi tra libertà economica, giustizia sociale e democrazia costituzionale il fondamento culturale del moderno europeismo.

In questo contesto Costi ha anche chiarito la posizione di Socialdemocrazia SD nei confronti del progetto.

“La Fondazione Saragat e anche il partito di cui sono segretario, Socialdemocrazia SD, aderisce all’idea di iniziare un percorso del quale non conosco lo sbocco, ma che auspico possa essere un punto di riferimento lontano dal bipolarismo e dal bipopulismo”, ha dichiarato, sintetizzando in una formula efficace il senso dell’iniziativa: costruire uno spazio politico alternativo alle contrapposizioni ideologiche e alle semplificazioni populiste che oggi caratterizzano il confronto pubblico.

Nella parte conclusiva del suo intervento, Costi ha poi allargato lo sguardo allo scenario internazionale, sostenendo che la Russia non teme tanto una contrapposizione militare con la NATO quanto «l’emulazione del modello liberale, dello Stato di diritto, delle libere elezioni e dell’alternanza democratica» da parte delle repubbliche che compongono la Federazione Russa. Una riflessione che ha ricondotto il tema dell’europeismo non soltanto alla politica interna, ma anche alla difesa dei valori democratici nello scenario internazionale.

Naturalmente è ancora troppo presto per stabilire se il percorso avviato da Europeisti.eu riuscirà a trasformarsi in una proposta politica capace di incidere realmente sugli equilibri italiani. La storia recente è costellata di tentativi analoghi, spesso arrestatisi di fronte ai personalismi o alle inevitabili differenze tra culture politiche diverse.

L’impressione, tuttavia, è che l’assemblea romana abbia scelto una strada diversa da quella percorsa in passato. Non si è partiti dalla ricerca di un leader, né dalla definizione di un contenitore elettorale, ma dalla ricostruzione di un patrimonio ideale comune. In una stagione nella quale il dibattito pubblico sembra sempre più dominato dagli slogan e dalla contrapposizione permanente, non è un elemento secondario.

Se da questo confronto nascerà anche un progetto politico unitario lo diranno i prossimi mesi. Ma il fatto che liberali, repubblicani, socialdemocratici, radicali e popolari abbiano ricominciato a discutere non di ciò che li divide, bensì di ciò che li unisce, costituisce già, di per sé, una notizia politica degna di attenzione.


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