Essere socialdemocratici

Le riflessioni di Vicky Amendolia sulla militanza

In questi giorni alcuni amici, persone alle quali voglio bene e delle quali conosco intelligenza, cultura e buona fede, mi hanno fatto più o meno lo stesso discorso: ma perché stai profondendo tanto impegno, tralasciando il resto della tua vita personale per fare politica con Socialdemocrazia SD che non è presente in Parlamento, è radicata ancora in poche realtà amministrative comunali e si muove dentro un’area socialista e socialdemocratica frammentata, dispersa, spesso divisa in troppi rivoli? Ora tento di spiegarvelo.
È vero: non siamo in Parlamento.
È vero: non abbiamo ancora una presenza diffusa in ogni città.
È vero: siamo una realtà politica giovane, praticamente nata ieri, anche se portatrice di valori e ideali eterni, ma che ha bisogno del tempo necessario per crescere, radicarsi, strutturarsi, farsi conoscere e tra le nostre fila vi sono moltissime persone di gran pregio sotto molteplici profili (e non è una casualità).
Ma da quando l’essere giovani, politicamente parlando, è diventato una colpa? E’ semmai un motivo e una spinta emotiva in più per impegnarsi al massimo.
Molti partiti presenti da anni nel panorama nazionale (perfino alcuni dotati di apparati, sedi, gruppi dirigenti, mezzi e rappresentanza istituzionale) versano oggi in condizioni politiche assai peggiori: logorati dalle lotte interne, svuotati di identità, incapaci di parlare al Paese reale, spesso più impegnati a sopravvivere a se stessi che a indicare una strada all’Italia.
La forza e la vitalità di una proposta politica non si misura soltanto dai seggi occupati o dalle stanze presidiate. Si misura dalla chiarezza della visione, dalla coerenza del progetto, dalla qualità delle persone che vi si impegnano e dalla capacità di intercettare un bisogno storico.
E quel bisogno, oggi, esiste.
Il riformismo, il socialismo democratico non sono un cimelio da lucidare nei giorni di nostalgia. La socialdemocrazia non è una fotografia ingiallita, non è una bandiera da custodire in salotto, non è il rimpianto elegante di un tempo che non torna.
La socialdemocrazia è, ancora oggi, una delle poche culture politiche capaci di tenere insieme ciò che altri separano con troppa facilità: libertà e giustizia sociale, diritti e responsabilità, merito e solidarietà, Stato e mercato, lavoro e impresa, istituzioni e popolo.
In un’Italia che sembra scivolare ogni giorno di più verso semplificazioni brutali, rabbie organizzate, identitarismi urlati e destre sempre più radicali, non possiamo limitarci a commentare il declino dal bordo della strada, il successo di figure come Vannacci non è un accidente folkloristico o, a livello locale, di figuri più simili a sguaiati imbonitori di piazza che a soggetti politici: è il sintomo di un Paese che cerca risposte facili a problemi complessi.
E dall’altra parte, diciamolo con franchezza, il Partito Democratico appare sempre meno capace di rappresentare una sinistra popolare, riformista, sociale, riconoscibile. Una sinistra che sappia parlare al lavoro, alla scuola, ai giovani, al Mezzogiorno, ai ceti produttivi, alle persone normali, quelle che non vivono nei salotti del politicamente corretto ma nella fatica quotidiana della realtà.
C’è un vuoto politico enorme. Ma quel vuoto non si colma con i cartelli elettorali dell’ultimo minuto, con le sommatorie di sigle, con i tavoli convocati per produrre comunicati stampa e fotografie.
Si colma con pensiero, cultura politica, radicamento, generosità, coerenza.
Serve una federazione vera delle forze riformiste, socialiste, socialdemocratiche, democratiche, liberali e repubblicane. Non un’operazione di assorbimento dei soggetti più giovani o meno rappresentati da parte di quelli più forti, ma un luogo politico nel quale ciascuno porti la propria storia, la propria cultura e la propria dignità, accettando finalmente anche di rinunciare a qualcosa di sé per costruire qualcosa di più grande.
Perché nessuno, da solo, basta più.
So bene che è difficile. So bene che può sembrare persino velleitario. Ma se tutti aspettano che siano gli altri a fare il primo passo, non nascerà mai nulla.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci soltanto che cosa possa fare la politica per noi, per la nostra carriera, per il nostro ruolo, per la nostra visibilità. Dovremmo cominciare a chiederci, con un’eco lontana ma ancora attualissima delle parole di Kennedy negli anni ‘60, che cosa ciascuno di noi sia disposto a fare per il proprio Paese.
Perché alla fine, quando non ci saremo più, non saremo ricordati per le scorciatoie che avremo scelto, né per le convenienze del momento, né per i posti più comodi nei quali ci saremo seduti.
Saremo ricordati, se lo saremo, per il nostro modo di essere, di pensare e di attraversare il mondo. Per la coerenza tra ciò che abbiamo detto e ciò che abbiamo fatto. Per le battaglie che abbiamo scelto di combattere anche quando apparivano difficili. Per la dignità con cui abbiamo onorato la fiducia ricevuta.
Io non sto lavorando per Socialdemocrazia SD per amore di una sigla, né per nostalgia, né per ostinazione sterile.
Lo faccio perché credo che l’Italia abbia ancora bisogno di una cultura politica capace di unire libertà e giustizia sociale. Lo faccio perché credo che il riformismo senza anima sociale diventi tecnocrazia e che la sinistra senza libertà diventi apparato. Lo faccio perché ho ricevuto fiducia e gli incarichi ricevuti non si usano come gradini per salire altrove: si onorano.
Perderemo questa battaglia? Forse.
Ma c’è una sconfitta molto più grave di qualunque insuccesso politico: perdere se stessi, tradendo ciò in cui si crede.
Per questo continuerò a lavorare, con chi vorrà farlo seriamente, per costruire una casa comune riformista, socialista, democratica, liberale e socialdemocratica. Una casa aperta, non nostalgica. Esigente, non settaria. Ambiziosa, non arrogante.
Chi pensa che l’Italia meriti di più, chi non vuole rassegnarsi alla deriva, chi crede che la politica sia ancora servizio e non soltanto posizionamento, venga a dare una mano.
Non basta indignarsi.
Non basta commentare.
Non basta dire che tutto va male.
A un certo punto bisogna scegliere da che parte stare.
E, soprattutto, bisogna decidere che cosa si è disposti a fare.


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