Ceuta, Europa

Ceuta, Europa

La città oggi exclave spagnola in Marocco, domani frontiera d’Europa


Le immagini di migliaia di persone che raggiungono a nuoto Ceuta non raccontano soltanto una nuova emergenza migratoria. Raccontano qualcosa di più profondo: una crisi geopolitica che investe l’Europa nel momento in cui avrebbe più bisogno di mostrarsi unita.
Sarebbe ingenuo leggere quanto accade esclusivamente come un fenomeno migratorio. Il Marocco utilizza da tempo la leva dei flussi come uno strumento di pressione politica. Questa volta il bersaglio sembra essere soprattutto la Spagna, uno dei Paesi europei che negli ultimi mesi ha rivendicato con maggiore decisione una propria autonomia rispetto alle richieste provenienti da Washington, sia sul piano commerciale sia su quello strategico. Sicuramente più dell’Italia. Rabat, tradizionalmente legata agli Stati Uniti da rapporti privilegiati, sembra inviare un messaggio preciso: la stabilità delle frontiere europee può diventare parte di una più ampia partita diplomatica.
In questo scenario sorprende, e preoccupa, la reazione italiana.
La decisione del Governo di sospendere Schengen nei collegamenti con la Spagna appare più un gesto simbolico che una risposta politica. Come se bastasse rialzare una frontiera interna per convincersi che ciò che accade a poche centinaia di chilometri non riguardi anche noi. Come se la geografia potesse essere cancellata da un decreto ministeriale.
È una visione miope.
Schengen non è il problema. È una delle più importanti conquiste dell’integrazione europea. Se una frontiera esterna dell’Unione entra in crisi, non è chiudendo una frontiera interna che si rafforza la sicurezza. Al contrario, si trasmette l’idea che ogni Stato debba difendersi da solo, alimentando quella frammentazione che è esattamente ciò che gli avversari dell’Europa auspicano.
Ceuta dimostra, ancora una volta, che l’immigrazione è ormai uno strumento della competizione geopolitica. Non si governa con gli slogan né con gesti destinati soprattutto al consenso interno. Si governa con una politica estera europea, con accordi comuni, con il controllo efficace delle frontiere esterne e con una solidarietà concreta tra gli Stati membri.
Se ogni crisi produce una sospensione di Schengen, il rischio non è soltanto quello di limitare la libera circolazione delle persone. Il rischio è molto più grande: trasformare l’Unione europea in una somma di paure nazionali, proprio mentre il mondo si organizza in grandi blocchi politici, economici e militari.
L’Europa ha bisogno di più integrazione, non di meno. Perché Ceuta oggi è la frontiera della Spagna. Domani potrebbe essere quella dell’Italia, della Grecia o di qualsiasi altro Paese europeo. Ed è proprio questo il significato della solidarietà europea: comprendere che le frontiere dell’Unione appartengono a tutti, non soltanto a chi le presidia.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *