La scelta annunciata da Carlo Calenda di presentare Azione alle prossime elezioni fuori tanto dal centrodestra quanto dal cosiddetto campo largo merita attenzione. E, per molti aspetti, anche apprezzamento. di Angelo Coco
Nell’intervista a Repubblica del 10 agosto, Calenda ha confermato che Azione intende correre autonomamente e ha rivolto un appello ai riformisti che si trovano dentro e fuori dal Partito Democratico. La sua previsione è che nessuno dei due grandi schieramenti riesca a conquistare una maggioranza autosufficiente e che, dopo le elezioni, possa diventare necessario un governo europeista con un forte baricentro centrale.
L’intuizione politica di fondo è condivisibile.
In Italia esiste un “popolo di mezzo” che non si riconosce nella destra sovranista e nazionalista, ma neppure in una coalizione progressista nella quale convivono posizioni troppo distanti su questioni decisive come l’Europa, l’Ucraina, la politica estera, i conti pubblici, la politica industriale e il rapporto tra mercato e Stato.
Non è necessariamente un elettorato moderato nel senso tradizionale del termine. È, piuttosto, un’area riformista, europeista, liberale e socialista, popolare e repubblicana, composta da persone che chiedono alla politica competenza, serietà e capacità di governo.
Persone che possono volere più Europa senza accettare un’Europa burocratica e impotente; che ritengono necessario sostenere l’Ucraina e costruire una difesa comune europea, ma chiedono contemporaneamente un’Europa capace di iniziativa diplomatica; che considerano essenziale il mercato, l’impresa e la crescita, ma non pensano che il mercato possa sostituire lo Stato nella sanità, nell’istruzione, nella lotta alle disuguaglianze e nella garanzia delle opportunità.
È uno spazio politico reale. E oggi è largamente privo di una rappresentanza adeguata.
Per questo l’appello di Calenda ai riformisti merita di essere raccolto e discusso.
Ma proprio perché questa possibilità è interessante, bisogna dire con altrettanta chiarezza che non basta proclamare l’autonomia dai due poli. Occorre renderla politicamente credibile.
Ed è soprattutto Calenda a dover compiere questo passo.
Negli ultimi anni Azione ha spesso dato l’impressione di possedere una linea programmatica più definita della propria strategia politica. Anche nelle amministrative del 2026 il partito si è presentato, a seconda delle città, con il centrodestra, con il centrosinistra oppure con candidature autonome: a Reggio Calabria e Manduria con coalizioni di centrodestra, ad Andria e Mantova con schieramenti progressisti, ad Arezzo e Salerno con candidati alternativi ai due poli.
Una certa autonomia territoriale può essere comprensibile. Ma, quando diventa “geometria variabile”, rischia di trasmettere all’elettore l’impressione che il centro sia disponibile a collocarsi ovunque anziché essere portatore di una propria identità.
Ed è esattamente questo rischio che ora dovrebbe essere eliminato.
Se nasce un polo liberal-democratico, europeista e riformista, non può essere semplicemente il luogo di raccolta di chi non vuole stare né con Meloni né con Conte e Schlein. Deve spiegare innanzitutto per che cosa esiste.
Servono alcuni punti fermi.
Il primo riguarda l’Europa. Non un generico europeismo, ma la scelta di procedere verso una maggiore integrazione politica, una difesa comune, una politica estera realmente europea, il superamento progressivo dell’unanimità e una capacità industriale e tecnologica che consenta all’Unione di non essere subordinata né agli Stati Uniti né alla Cina.
Il secondo riguarda l’economia. Responsabilità nei conti pubblici, certamente, ma insieme a crescita, produttività, salari, innovazione e investimenti. Il rigore finanziario senza sviluppo produce stagnazione; la spesa pubblica senza sostenibilità produce debito e, prima o poi, nuove disuguaglianze.
Il terzo punto è il welfare. Una moderna area riformista deve difendere con decisione sanità e istruzione pubbliche, politiche per la famiglia, parità tra uomini e donne, mobilità sociale e tutela delle fasce più fragili. La cultura liberale e quella socialista possono incontrarsi proprio nella costruzione di una società nella quale libertà individuale e giustizia sociale non siano considerate alternative.
Il quarto riguarda i diritti e le istituzioni: cittadinanza, libertà civili, Stato di diritto, giustizia efficiente, pubblica amministrazione moderna e difesa rigorosa della democrazia liberale.
E infine serve chiarezza sulle alleanze.
Calenda sostiene oggi che né un nuovo governo Meloni né un esecutivo a trazione Conte rappresenterebbero una soluzione adeguata e indica come possibile sbocco, dopo il voto, un governo europeista e di responsabilità nazionale. Ha persino evocato Paolo Gentiloni come possibile figura di garanzia e immaginato una maggioranza comprendente riformisti del Pd, l’area liberale e una componente europeista proveniente dal centrodestra.
È una prospettiva legittima. Ma proprio qui occorre una risposta più chiara.
Se l’obiettivo è costruire un nuovo soggetto politico autonomo, esso non può apparire semplicemente come l’ago della bilancia destinato a scegliere, dopo le elezioni, con chi governare. Deve presentarsi prima agli elettori con un programma, una classe dirigente e condizioni politiche riconoscibili.
Il “popolo di mezzo” non cerca un posto al centro dell’emiciclo parlamentare. Cerca una politica diversa.
E questo richiede anche un cambiamento nello stile della leadership.
Calenda possiede competenza, capacità comunicativa e una chiarezza su alcuni grandi temi — dall’Ucraina alla politica industriale — che non sono frequenti nel panorama politico italiano. Ma la credibilità di un progetto non dipende soltanto dalla bontà delle analisi. Richiede continuità, capacità di costruire alleanze senza consumarle rapidamente, disponibilità ad ascoltare e soprattutto la rinuncia alla tentazione di trasformare ogni divergenza politica in un giudizio definitivo sulle persone.
Un’area riformista non può essere soltanto il partito del suo leader. Deve diventare una casa politica nella quale possano riconoscersi culture e storie diverse.
Liberali, socialisti, popolari, repubblicani, ambientalisti pragmatici, europeisti, amministratori, imprenditori, lavoratori e professionisti possono condividere molto più di quanto oggi suggeriscano le loro diverse provenienze.
La condizione è che nessuno chieda agli altri una resa identitaria.
Per questo la scelta di Calenda di non aderire automaticamente né al centrodestra né al campo largo può rappresentare una novità positiva. Può persino contribuire a rompere un bipolarismo nel quale troppo spesso si chiede agli elettori di scegliere non il progetto che preferiscono, ma quello che considerano meno lontano dalle proprie convinzioni.
Ma ora viene la parte più difficile.
Occorre trasformare una posizione elettorale in un progetto politico, insieme agli altri soggetti che proliferano in quell’area di “sinistra centro”, come “Spazio Pubblico” e la “Federazione dei Riformatori”.
Occorre dire quali sono i principi non negoziabili, quali compromessi sono possibili e quali invece non lo sono. Occorre chiarire se si vuole costruire stabilmente un’area liberal-democratica e social-riformista oppure soltanto conquistare una posizione decisiva nel Parlamento che verrà.
Su questo Calenda e Azione devono ancora dare alcune risposte.
Le attendiamo con interesse, perché la nascita di una forza riformista, europeista e autonoma sarebbe una buona notizia non soltanto per Azione, ma per l’intero sistema politico italiano.
E, soprattutto, per quel vasto “popolo di mezzo” che da troppo tempo cerca qualcuno da votare senza essere costretto, ancora una volta, a scegliere semplicemente contro qualcun altro.


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