Quarantasei anni dopo la strage alla Stazione di Bologna. Socialdemocrazia SD ricorda quel momento e tutti gli altri che hanno caratterizzato la stagione del terrorismo. E la sua sconfitta.
Il 2 agosto 1980 non è soltanto una data della storia italiana. È una ferita che continua ad attraversare la coscienza della Repubblica. Alle 10.25 una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna: ottantacinque morti, oltre duecento feriti. Fu il più grave attentato terroristico dell’Italia repubblicana.
A distanza di oltre quarant’anni, ricordare Bologna non significa soltanto rendere omaggio alle vittime e ai loro familiari. Significa interrogarsi sul valore della democrazia e sulla fragilità delle istituzioni quando vengono colpite dalla violenza politica.
Ogni generazione ha il dovere di conservare la memoria, non come un esercizio rituale, ma come uno strumento di educazione civile. Perché il tempo rischia di attenuare il ricordo, mentre la storia insegna che le democrazie non sono mai definitivamente al riparo dall’odio, dall’estremismo e dalla tentazione di utilizzare la paura come strumento di lotta politica.
La strage di Bologna fu il punto più tragico di una stagione nella quale il terrorismo, di destra e di sinistra, tentò di piegare la Repubblica attraverso il sangue degli innocenti. Erano anni nei quali si voleva sostituire il confronto democratico con la violenza, il consenso con l’intimidazione, la libertà con la paura.
L’Italia reagì con gli strumenti dello Stato di diritto. Non senza errori, non senza omissioni e ritardi che ancora oggi alimentano interrogativi e richieste di piena verità. Ma reagì senza rinunciare ai principi fondamentali della democrazia costituzionale. Ed è forse questa la lezione più importante che Bologna consegna ancora oggi.
La memoria non appartiene a una parte politica. Non può diventare terreno di contrapposizione ideologica né occasione di polemica contingente. Le vittime della stazione di Bologna appartengono all’intera comunità nazionale, così come appartengono a tutti gli italiani il rifiuto della violenza politica e la difesa delle istituzioni democratiche.
Ricordare significa anche difendere la qualità della nostra convivenza civile. In un tempo nel quale il linguaggio pubblico è spesso attraversato dall’insulto, dalla delegittimazione dell’avversario e dalla ricerca dello scontro permanente, la memoria di Bologna richiama il valore del rispetto reciproco e del confronto democratico. Le parole non sono bombe, ma possono preparare il terreno sul quale maturano l’intolleranza e l’odio.
Per questo il 2 agosto non riguarda soltanto il passato. Parla al presente. Parla ai giovani che non hanno conosciuto gli anni del terrorismo, ma vivono in una società nella quale nuove forme di radicalizzazione, di violenza e di manipolazione possono nascere e diffondersi con strumenti diversi, spesso attraverso la rete e i social media.
La Repubblica è più forte quando conserva la propria memoria. Non per alimentare divisioni, ma per costruire una cittadinanza più consapevole. La verità storica, la ricerca della giustizia, il rispetto delle sentenze e il ricordo delle vittime sono patrimoni comuni, che superano gli schieramenti politici.
La strage di Bologna resta uno dei simboli più dolorosi della nostra storia repubblicana. Ricordarla significa ribadire che nessun progetto politico, nessuna ideologia e nessuna ragione di Stato possono mai giustificare la violenza contro cittadini inermi.
La memoria, quando è condivisa, non divide. Al contrario, rafforza la democrazia. E oggi, come allora, è forse questa la migliore risposta che possiamo dare a chi pensava di piegare l’Italia con il terrore.


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