Tra i venti e i trenta franchi tiratori affossano la mediazione della maggioranza trovata in mattinata per reintrodurre (parzialmente) le preferenze nella legge elettorale

Un’Aula a due facce quella di ieri dopo il voto per l’emendamento nato dalla mediazione della maggioranza per reintrodurre, almeno parzialmente, la preferenza nella legge elettorale in discussione in Parlamento. La Meloni aveva cercato in tutti i modi di evitare scherzi dall’interno del suo schieramento, ma lo scrutinio segreto ha rivelato, se ancora ce ne fosse bisogno, i malumori esistenti. A conti fatti tra i venti e i trenta parlamentari della maggioranza hanno fatto lo scherzetto di affossare, con il loro no all’emendamento, il tentativo di passare oltre e riavviare l’iter della riforma elettorale. La prima faccia è rappresentata da uno sbigottito Tajani, mano sulla testa, al risultato del voto: d’altra arte i principali accusati di tradimento sono i suoi colleghi di Forza Italia. L’altra faccia è quella dei banchi del centro-sinistra, dove Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli e i loro colleghi di partito festeggiavano, chiedendo le dimissio i del governo e il voto.

Quello che resta fuori dal tema è però forse la cosa più importante: il ritorno alla preferenza dell’elettorato rispetto alla gestione verticistica dei partiti sulle candidature chi lo vuole veramente? La possibilità di definire e scegliere i propri candidati da parte delle segreterie di partito è nota ed è diventata una abitudine nel nostro paese, abitudine alla quale tutti i partiti, tutti, faticano a rinunciare. Lo dimostra il flebile tentativo della maggioranza attuale di provare a inserire nella norma una flebile forma di scelta data all’elettore sul candidato da votare; meno chiara è in questo momento la posizione del “Campo largo” che continua a gestire puntualmente la critica, ma poi latita nella proposta.

Ancora una volta, qualunque sarebbe stato il risultato, si rischia di allontanare ancor di più , l’elettorato da voto.


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