La sicurezza è diventata uno dei temi più caldi del dibattito sociale. Quello di Mario Roggero è un caso emblematico sull’urgenza di affrontarlo. di Carlo Pileri
Il caso di Mario Roggero (il gioielliere condannato a oltre 14 anni di carcere e a 700.000 euro di risarcimenti ai parenti dei due rapinatori uccisi e perfino al complice rimasto ferito durante la rapina alla sua oreficeria) ha inevitabilmente suscitato un dibattito sulla equità o meno di una condanna detentiva così dura, anche in considerazione dell’età del gioielliere (ultrasettantenne) e in particolare sulla congruità e legittimità di un risarcimento ai familiari dei due rapinatori morti in conseguenza di un reato da loro stessi commesso. E nel ragionare se i giudici (anche della massima Corte di giustizia) abbiano tenuto davvero conto di tutte le circostanze che hanno portato il gioielliere a sparare, viene spontaneo pensare – a noi semplice Popolo italiano nel cui nome le sentenze vengono emesse – che una tale reazione del gioielliere possa essere stata il frutto del tentativo di metterli definitivamente in fuga per garantire la tutela a sè e alla sua famiglia, senza una effettiva volontà di ferire o uccidere, anche se sparando questa possibilità non può essere esclusa e di ciò, e solo di ciò, si dovrebbe attribuire la “colpa” sul piano giudiziario. Per cui, una condanna per eccesso di legittima difesa o per omicidio preterintenzionale sarebbe stata probabilmente capita e sicuramente meglio digerita da una opinione pubblica in gran parte attonita di fronte alla entità della pena. Del resto recenti casi di cronaca, che sono ormai quasi quotidiani, come accoltellamenti anche mortali per futili motivi o rapine anche concluse tragicamente con morte o lesioni permanenti, hanno portato troppo spesso a sentenze anche più tenui e addirittura a volte con gli arresti domiciliari o ad obblighi di firma. Chiusa la riflessione alla Cesare Beccaria, sulla proporzionalità tra il delitto e la pena, proviamo a spendere due parole sulla decisione in merito al risarcimento. Certo che il risarcimento, dal momento che i giudici non hanno riconosciuto la legittima difesa, è previsto dalle leggi attuali (anche se sarebbe auspicabile che il Parlamento modificasse la legge in modo da escludere ogni risarcimento a chi ha conseguenze anche mortali derivanti dalla sua attività criminale) e dalla giurisprudenza ma l’entità di esso è discrezionale. E nella discrezionalità non può non essere tenuto in conto che le vittime stavano compiendo un reato gravissimo con minacce alla vita delle persone. E che la loro morte è conseguenza del loro gravissimo reato, e non certo per premeditazione.
E qui la decisione di attribuire un risarcimento parentale equiparabile se non superiore alla maggior parte dei risarcimenti per morte sul lavoro (che hanno una forbice che parte all’incirca da 120.000 euro e solo in alcuni rari casi supera quei 700 mila euro che la sentenza ha affibbiato al gioielliere) appare più incomprensibile, iniqua e perfino offensiva per le persone oneste che con il loro senso del dovere e sul lavoro perdono la vita, ma purtroppo per loro senza aver compiuto nessun reato.


Lascia un commento