Se non ora, quando? E’ il momento di proporsi con forza all’elettorato. di Angelo Coco
C’è un filo che lega il centrodestra e il cosiddetto campo largo in questa vigilia della pausa estiva: nessuno vuole affrontare oggi il problema che più di ogni altro rischia di incrinare i propri equilibri interni. La politica italiana si concede un armistizio, rimandando tutto a settembre. È una scelta comprensibile sul piano tattico, ma che restituisce l’immagine di una classe dirigente più impegnata a gestire le proprie contraddizioni che a offrire risposte al Paese.
Nel centrodestra il dossier più delicato resta quello della legge elettorale. La discussione delle ultime settimane ha mostrato ciò che da tempo era evidente: Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia non condividono la stessa idea di sistema elettorale. Dietro il dibattito sulle preferenze, sulle liste e sui collegi si nasconde una questione molto più politica: quale dovrà essere il futuro equilibrio della coalizione?
Il rinvio deciso dalla maggioranza evita uno scontro immediato, ma non elimina il problema. Anzi, lo amplifica. Perché nel frattempo continua a crescere il disagio di Forza Italia, impegnata a riaffermare una propria identità moderata, popolare ed europeista, sempre meno disposta a ridursi al ruolo di comprimario. Il partito di Antonio Tajani sa bene che la legge elettorale non è una questione tecnica: è la regola che determinerà anche i rapporti di forza all’interno della coalizione.
Ma se il centrodestra rinvia il confronto sulle regole, il campo largo rinvia quello ancora più impegnativo sulla propria identità.
Da mesi il dibattito ruota attorno agli stessi interrogativi. Servono le primarie oppure no? Chi dovrà sfidare Giorgia Meloni? Elly Schlein? Giuseppe Conte? Oppure una figura capace di tenere insieme culture politiche diverse?
Sono domande legittime. Ma continuano a precederne una molto più importante: per governare l’Italia, con quale programma?
È questo il vero vuoto della proposta alternativa. L’impressione è che la costruzione della coalizione preceda ancora quella del progetto. Si discute del candidato prima ancora di chiarire quale idea di Paese si intenda proporre agli italiani. Eppure la credibilità di un’alternativa non nasce dalla fotografia dei leader, ma dalla forza delle idee.
Come se non bastasse, sul Movimento 5 Stelle si è riaperta l’ombra lunga del suo fondatore.
Il post pubblicato ieri da Beppe Grillo rischia di riaccendere una frattura che molti ritenevano definitivamente superata. Giuseppe Conte ha scelto una risposta prudente, quasi notarile, nel tentativo evidente di non alimentare lo scontro. Ma proprio questa cautela potrebbe rivelarsi insufficiente.
Il problema non è il singolo post. È il fatto che, a distanza di anni, il Movimento continua a vivere una doppia legittimazione: quella formale del presidente e quella carismatica del fondatore. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, ogni intervento di Grillo continuerà ad avere un peso politico ben superiore a quello di un semplice commento esterno. E il rischio di nuove tensioni, se non addirittura di una nuova scissione, non può essere liquidato come una fantasia estiva.
Alla ripresa autunnale, dunque, entrambi gli schieramenti saranno chiamati a fare i conti con le proprie contraddizioni. La maggioranza dovrà decidere se anteporre la convenienza dei singoli partiti all’interesse della coalizione. L’opposizione dovrà scegliere se costruire finalmente una proposta di governo o continuare a discutere esclusivamente di leadership.
È proprio in questo spazio che si apre una finestra politica per chi continua a lavorare alla costruzione di un polo centrista, liberale, riformatore ed europeista.
Il tempo delle riflessioni è finito. Occorre accelerare l’organizzazione, costruire una rete territoriale, elaborare proposte concrete e offrire una casa politica a quell’ampia fascia di elettori che da anni ha scelto l’astensione non per indifferenza, ma per mancanza di un’offerta credibile.
Il bipolarismo italiano attraversa una fase di evidente affaticamento. Chi saprà parlare di crescita, lavoro, merito, giustizia sociale, innovazione, Europa e qualità delle istituzioni, senza cedere né al populismo né alle semplificazioni ideologiche, potrà intercettare una domanda politica oggi largamente insoddisfatta.
La politica vive anche di occasioni. E questa, forse, è una di quelle che non conviene lasciarsi sfuggire.


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