Alla Matu­rità è stata estratta la trac­cia, per il tema argo­men­ta­tivo, su Sara­gat e la Costi­tu­zione. Dovrebbe esserci uno sforzo corale per resti­tuire Sara­gat e la social­de­mo­cra­zia ita­liana nella mente di migliaia di stu­denti. Ne par­liamo con il pre­si­dente della Fon­da­zione Giu­seppe Sara­gat, Umberto Costi. di Aldo Torchiaro (Il Riformista del 19 giugno 2026)

Il nome di Giu­seppe Sara­gat è tor­nato al cen­tro dell’atten­zione gra­zie alla trac­cia della Matu­rità. È una risco­perta tar­diva?

«Io colgo un dato posi­tivo: final­mente Sara­gat viene risco­perto, oppor­tu­na­mente e anche dove­ro­sa­mente. Mi col­pi­sce però un fatto. Il 2 giu­gno 1946 viene eletta l’Assem­blea Costi­tuente per garan­tire la tran­si­zione dalla dit­ta­tura monarco-fasci­sta alla demo­cra­zia e per scri­vere la Costi­tu­zione. Il 25 giu­gno la stessa Assem­blea elegge Sara­gat pre­si­dente. Poi, l’11 gen­naio 1947, con la scis­sione di Palazzo Bar­be­rini, Sara­gat spa­ri­sce dalla memo­ria pub­blica. Spa­ri­sce il pen­siero di un rifor­ma­tore, così come era già acca­duto con Mat­teotti».

Per­ché que­sta rimo­zione?

«Per­ché non gli hanno mai per­do­nato la sua netta scelta occi­den­tale. Non gli hanno mai per­do­nato gli Stati Uniti d’Europa, l’ade­sione alla Nato, il Patto Atlan­tico. Anche quando fu eletto Pre­si­dente della Repub­blica, con il voto dei comu­ni­sti, que­sta sorta di dam­na­tio memo­riae non si è mai dav­vero inter­rotta».

Sta dicendo che Sara­gat è stato can­cel­lato per­ché non si è alli­neato alla cul­tura poli­tica domi­nante della sini­stra?

«Se Sara­gat non avesse fatto la scis­sione di Palazzo Bar­be­rini, oggi sarebbe cele­brato come uno dei grandi san­toni della sini­stra. E invece lui ruppe con il pen­siero unico comu­ni­sta. Oggi siamo tutti rifor­mi­sti, tutti euro­pei­sti. Ma chi è stato il capo­sti­pite di que­sta tra­di­zione? Chi ne è stato il padre tute­lare?».

E la rispo­sta è Sara­gat.

«Cer­ta­mente. Sara­gat par­lava d’Europa già nei primi anni del Nove­cento. Aveva rap­porti con Ade­nauer, con Paul-Henri Spaak, con Léon Blum, con Altiero Spi­nelli, con Luigi Einaudi. Pen­sava agli Stati Uniti d’Europa quando comu­ni­sti e socia­li­sti erano con­trari. Que­sta trac­cia della Matu­rità va nella dire­zione giu­sta e ci riem­pie di gioia. Spe­riamo però che sia l’ini­zio di una vera presa d’atto».

Qual era il nucleo del suo pen­siero poli­tico?

«L’idea che la demo­cra­zia sia l’unico oriz­zonte den­tro il quale possa rea­liz­zarsi il socia­li­smo demo­cra­tico. Non esi­stono scor­cia­toie rivo­lu­zio­na­rie. Que­sto è il cuore del rifor­mi­smo sara­gat­tiano».

Molti stu­denti avranno letto il suo nome per la prima volta pro­prio oggi.

«Pur­troppo è così. E non per colpa loro. È così per­ché Sara­gat non com­pare ade­gua­ta­mente nei libri di sto­ria. Non c’è un rico­no­sci­mento suf­fi­ciente del ruolo che ha avuto nel sal­vare la demo­cra­zia ita­liana».

Quanto fu impor­tante il suo ruolo nell’Assem­blea Costi­tuente?

«Fon­da­men­tale. Il Par­tito Socia­li­sta aveva 115 depu­tati e il Par­tito Comu­ni­sta 104. Quando avviene la scis­sione, una parte deci­siva del socia­li­smo demo­cra­tico si schiera con Sara­gat. Que­sto rende pos­si­bile, negli anni suc­ces­sivi, la scelta atlan­tica e occi­den­tale della Repub­blica ita­liana insieme alla Demo­cra­zia Cri­stiana».

Le isti­tu­zioni ricor­dano abba­stanza Sara­gat?

«Direi di no. A Roma c’è un mode­sto via­dotto che porta il suo nome, men­tre altre figure hanno rice­vuto ben altra visi­bi­lità. Via Pal­miro Togliatti è lunga otto chi­lo­me­tri. Non è que­sto il momento per dare giu­dizi su altri pro­ta­go­ni­sti della sto­ria ita­liana, ma il dato è evi­dente».

Chi dovrebbe col­mare que­sto vuoto di memo­ria?

«Le isti­tu­zioni cer­ta­mente. Ma anche la Rai, la cul­tura, il mondo dell’infor­ma­zione. I media hanno una respon­sa­bi­lità enorme. Dovrebbe esserci uno sforzo corale per resti­tuire a Sara­gat il posto che merita nella sto­ria repub­bli­cana».


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