di Vicky Amendolia (da La Giustizia)
Quando la politica muore, l’antipolitica non nasce: occupa il vuoto
Vi sono parole che, a forza di essere pronunciate, finiscono per scolorire, perdendo il profilo originario.
Una di queste è certamente “antipolitica”. La si adopera spesso come un’accusa comoda, un’etichetta sbrigativa da apporre su ogni forma di dissenso, di disincanto, di rifiuto, di rabbia civile. Ma l’antipolitica, nella sua forma più profonda e più pericolosa, non è semplicemente il disprezzo per la politica. È, piuttosto, il sintomo di una lunga malattia della politica stessa.
Non nasce dal nulla. Non cade dal cielo come una maledizione improvvisa sulle democrazie rappresentative. L’antipolitica germina dove la politica ha cessato di essere riconoscibile come strumento di trasformazione collettiva, di mediazione alta, di progettazione del futuro. Essa cresce nel vuoto lasciato da partiti che non formano più classi dirigenti ma spesso selezionano fedeltà personali; da istituzioni che parlano molto e decidono poco; da campagne elettorali ridotte a teatro permanente; da promesse formulate con leggerezza e dimenticate con disinvoltura; da una comunicazione pubblica che ha sostituito il pensiero con lo slogan, l’argomento con il riflesso pavloviano, la visione con il posizionamento del giorno.
In questo senso, accusare i cittadini di antipolitica è spesso un modo elegante per non processare la politica. È come rimproverare al malato la febbre, senza interrogarsi sull’infezione.
Naturalmente esiste una forma sterile, rozza e distruttiva di antipolitica: quella che riduce tutto a insulto, che confonde il sospetto con la verità, che vede in ogni mediazione un tradimento e in ogni competenza una casta. È la materia prima del populismo peggiore, quello che non emancipa il popolo ma lo lusinga; non gli restituisce potere, ma gli offre un nemico quotidiano da odiare. Tuttavia, proprio perché questo esito è pericoloso, occorre avere l’onestà di riconoscere che esso non nasce nel deserto: nasce da una crisi reale della rappresentanza.
Il cittadino non si allontana dalla politica soltanto perché è diventato più superficiale, più cinico o più individualista. Si allontana anche perché, troppe volte, non vede più un nesso concreto tra partecipazione e risultato. Vota, ma non riconosce più nelle istituzioni una capacità effettiva di incidere sulla propria vita. Ascolta programmi, ma li percepisce come cataloghi di intenzioni destinate a evaporare dopo lo spoglio. Assiste a cambi di casacca, alleanze innaturali, personalismi esasperati, partiti trasformati in comitati elettorali permanenti e finisce per convincersi che la politica sia soltanto una carriera come un’altra, talvolta meno faticosa e più redditizia.
Qui sta il punto essenziale: molti cittadini non rifiutano la politica in sé. Rifiutano ciò che della politica è rimasto dopo lo svuotamento della politica.
Rifiutano una politica che appare impotente davanti ai grandi poteri economici, burocratici, finanziari e sovranazionali. Rifiutano una politica che si proclama sovrana in campagna elettorale e poi si dichiara vincolata, inerme, impossibilitata quando arriva il momento delle decisioni. Rifiutano una politica che chiede consenso in nome del popolo, ma poi parla al popolo con un linguaggio estraneo, distante, artificiale. Rifiutano una politica che ha smarrito il senso delle grandi identità culturali, non perché occorra tornare nostalgicamente ai partiti del Novecento, ma perché senza una cultura politica riconoscibile resta soltanto la tecnica della conquista del potere.
La fine delle grandi appartenenze ideologiche non ha prodotto, come qualcuno sperava, una stagione di maturità pragmatica. Ha prodotto, molto spesso, il contrario: contenitori liquidi, leadership personali, aggregazioni provvisorie, tatticismi senza radici. Si è creduto che bastasse dichiararsi “post-ideologici” per essere moderni. In realtà, senza idee non si diventa moderni: si diventa disponibili a qualunque adattamento.
La politica, quando perde le sue architetture culturali, non diventa più libera. Diventa più fragile. Più esposta al trasformismo. Più vulnerabile alla demagogia. Più incline a inseguire gli umori dell’opinione pubblica invece di formarli, interpretarli, guidarli.
Da qui nasce anche il cortocircuito della comunicazione contemporanea. La politica non argomenta: reagisce. Non costruisce pensiero: produce contenuti. Non educa alla complessità: si adegua alla velocità della piattaforma. Ogni tema viene semplificato fino alla caricatura; ogni avversario diventa un nemico; ogni problema viene ridotto a una formula immediata, emotiva, vendibile. Ma la società non è semplice. Il lavoro, la giustizia, la sanità, la scuola, la sicurezza, l’immigrazione, il Mezzogiorno, l’Europa, la povertà, la crisi demografica, la solitudine sociale non sono argomenti da slogan. Sono nodi strutturali e i nodi strutturali richiedono competenza, tempo, responsabilità e coraggio.
L’antipolitica, invece, si nutre proprio della fuga dalla complessità. Ma questa fuga comincia spesso dentro la politica ufficiale, quando essa stessa rinuncia a spiegare, a studiare, a proporre, a sostenere la fatica di una visione.
Il rischio più grave, allora, non è il conflitto politico. Le democrazie vivono di conflitto, purché esso sia regolato, civile, fondato su alternative reali. Una democrazia senza conflitto è spesso soltanto una democrazia anestetizzata. Il rischio più grave è la perdita di fiducia nella possibilità stessa che partecipare abbia un senso.
Quando il cittadino pensa che tutto sia già deciso altrove, che il voto non cambi nulla, che i partiti siano indistinguibili, che il merito non conti, che la competenza sia irrilevante, che la coerenza sia una debolezza e che l’unico criterio di selezione sia la vicinanza al capo di turno, allora la democrazia non crolla immediatamente. Continua a celebrare le proprie liturgie: elezioni, conferenze stampa, talk-show, dichiarazioni, congressi, simboli. Ma dentro si svuota. Diventa una facciata illuminata dietro la quale le stanze sono deserte.
E una democrazia svuotata è il terreno ideale per due derive opposte e complementari: da un lato l’astensione rassegnata, dall’altro la rabbia plebiscitaria. Nel primo caso il cittadino si ritira nella propria solitudine privata. Nel secondo cerca un uomo forte, una scorciatoia, una semplificazione brutale. In entrambi i casi, la politica come costruzione collettiva perde.
Per questo la risposta all’antipolitica non può essere moralistica. Non basta dire ai cittadini: partecipate, abbiate fiducia, credete ancora nelle istituzioni. La fiducia non si ordina per decreto e non si predica dall’alto. La fiducia si ricostruisce con comportamenti coerenti, con partiti seri, con programmi credibili, con una classe dirigente selezionata per capacità e non per obbedienza, con istituzioni che tornino a parlare il linguaggio della responsabilità.
Occorre restituire alla politica tre cose che essa ha progressivamente smarrito: cultura, funzione e limite.
La cultura, perché senza una visione del mondo la politica diventa amministrazione del presente o propaganda del risentimento. La funzione, perché la politica deve tornare a incidere concretamente sulla vita delle persone, soprattutto di quelle più fragili, dei giovani senza prospettive, dei lavoratori impoveriti, dei territori abbandonati, del Mezzogiorno trattato troppo spesso come problema e non come questione nazionale. Il limite, perché chi fa politica deve ricordare che il potere non è proprietà privata, non è promozione personale, non è occupazione di spazi, ma servizio temporaneo reso alla comunità.
La politica deve tornare ad avere il pudore della serietà. Deve recuperare il senso della parola data, della competenza, della preparazione, della coerenza. Deve smettere di considerare i cittadini come pubblico da sedurre e tornare a considerarli come persone da rappresentare.
Non vi è nulla di più politico, oggi, che combattere l’antipolitica riconoscendo le colpe della politica. Non per demolirla, ma per salvarla. Perché se la politica abdica, non resta il buon governo spontaneo della società. Restano il mercato senza correttivi, la burocrazia senza volto, il potere senza controllo democratico, la rabbia senza direzione.
E resta, soprattutto, una società che non spera più.
Ma una comunità che non spera più non è semplicemente una comunità triste. È una comunità esposta a qualunque avventura.
Per questo il compito di chi crede ancora nella democrazia rappresentativa non è consolare, minimizzare, ripetere formule d’occasione. È dire la verità: la crisi è profonda, la sfiducia è reale, il distacco tra cittadini e istituzioni non si cura con qualche slogan sulla partecipazione. Ma proprio perché la crisi è profonda, non possiamo permetterci il lusso della resa.
La politica è malata, non morta. E se è malata, va curata con la medicina più difficile: idee, coraggio, competenza, onestà intellettuale, radicamento sociale, selezione vera delle classi dirigenti, ricostruzione di comunità politiche riconoscibili.
L’antipolitica occupa il vuoto. La buona politica deve tornare a riempirlo.
Non con il rumore. Con il senso.