di Umberto Costo (da La Giustizia)

Motus in fine velocior è locuzione che non si addice alla situazione politica italiana stante la perdurante ossificazione in cui si trova e per la quale sento di chiamare in causa i due partiti maggiori, portatori non sani di conservatorismo, la cui espressione di malattia si manifesta nella “morta gora” in cui annaspano istituzioni e sistema delle alleanze. È su quest’ultimo aspetto che desidero soffermarmi. I due schieramenti sono ormai arroccati in due rigidi blocchi. Dal 1994 in poi le diverse leggi elettorali, Mattarellum, Porcellum, Rosatellum, superando il sistema proporzionale puro hanno istituzionalizzato il bipolarismo; si badi bene un sistema bipolare non è di per se un male assoluto. Il Regno Unito dove vige il “first past the post” ne è una prova. Ma nell’Italia del multipartitismo le cose stanno in maniera significativamente diversa. E’ assente infatti all’interno delle due coalizioni e in particolar modo in quella impropriamente chiamata di centro-sinistra, un retaggio comune o quanto meno una compatibilità storica, politica, culturale e valoriale tra i partiti che le compongono. Non è banalità concettuale. Su questa “anomalia” si fonda una delle debolezze del nostro sistema politico a cui fa eco una seria crisi della democrazia rappresentativa su cui si fonda la nostra Costituzione. Un bipolarismo forzato, alimentato da una legge elettorale per sua natura distorsiva, è la causa di una politica basata sullo scontro a ogni costo, spesso volgare nei toni e nelle espressioni, volto a un estenuante e quotidiano duello ordalico su ogni dove; pratica che indebolisce i principi democratici ed è ansiogena per i cittadini. Una dialettica siffatta non si preoccupa del domani e spesso neanche dell’oggi. La mancanza di progettualità spegne la fiducia nel futuro soprattutto delle giovani generazioni. Mi piace ricordare che i socialdemocratici si sono formati sull’insegnamento dei grandi pensatori socialisti marxisti e non marxisti dell’Ottocento per i quali il socialismo ha intrinseco il concetto di futuro. Tuttavia comprendiamo e rispettiamo la delicata posizione del PD che a scapito di un disegno profondamente riformatore della struttura paese e della grande tradizione di cui è erede è costretto a mantenere di “necessitate” rapporti al limite della sudditanza con M5s e AVS pur di sconfiggere la destra. Eppure la storia dimostra quanto sia necessaria una affinità politico-programmatica nonché culturale consolidata con i propri alleati. Ne sanno qualcosa Prodi e D’Alema che pur di battere Berlusconi misero insieme il diavolo e l’acqua santa; non ricordiamo i loro governi per la loro longevità. Non possiamo trascurare che il centro destra è indubbiamente percepito più “squadra”, più omogeneo, pur essendo privo, eccezion fatta per Forza Italia, di solida e trasparente tradizione democratica. Anzi! La verità incontestabile è la mancanza di una “cultura dell’opposizione” essenziale ai fini di una corretta e responsabile dinamica democratica. E’ finendo all’opposizione che si capiscono gli errori commessi. Ma come accennato non solo è opportuno ma necessario che una coalizione si coaguli all’interno di un perimetro storico in cui si incontrano valori , battaglie e vicende compatibili tra i diversi pensieri . Non si sfugge dalla compatibilità. La storia, quella dei fatti cioè, è un implacabile testimone oculare. Soltanto la conciliabilità storica e culturale può dar vita, oggi, ad una sintesi politica credibile ed affidabile poiché come sosteneva Benedetto Croce nell’apparente paradosso,“Ogni storia è storia contemporanea”. Non capiamo veramente quale possa essere il punto di contatto tra i democratici, gli eredi di Grillo e AVS. A lungo ci siamo sentiti come Vladimiro ed Estragone auspicando che Godot, il PD, approdasse sulla sponda del fiume dove siedono i grandi italiani ed europei della ultracentenaria storia del socialismo democratico. Il tempo è maturo perché il PD ripensi se stesso. Lo auspico sinceramente. Se farà questo, se saprà guardare “au dessus de la melèe” , rimuoverà una parte importante degli ostacoli che impediscono un dialogo costruttivo non solo con la costellazione dei riformismi socialisti ma anche con quell’area liberale, repubblicana, europeista ,atlantista e non violenta che va organizzandosi nel paese a cominciare dai comuni medi e piccoli e che trova significativi riscontri nei sondaggi. Il Pd è un grande partito, figlio di una grande storia, fondamentale per la tenuta democratica e sociale. Costruisca un progetto Italia con chi ha fatto la storia di questo paese e che diede vita alla Costituzione repubblicana e antifascista. Confidiamo quindi che Godot si affretti ma nel frattempo non possiamo rimanere sul passo. Guardiamo con attenzione e occhio critico a ciò che sta avvenendo nel centro laico e cattolico, nel mondo liberale, repubblicano, radicale e socialista. I richiami al socialismo liberale di Carlo Rosselli dell’on Calenda, lui che è un liberale, non possiamo non rimarcarlo. Il socialismo liberale, in definitiva il socialismo democratico, è stato l’approdo del socialismo gradualista di Giuseppe Saragat e di Bettino Craxi poi. Con il gruppo dirigente di SD si riflette sull’opportunità di riscoprire il significato politico di Terzaforzismo come luogo non di centro bensì centrale, che aggreghi e coinvolga partiti e società civile, disponibili alla nascita di una concentrazione dei diversi riformismi non rassegnati a un dualismo sterile, autoreferenziale e logorante, incapace di rappresentare la pluralità sociale ed economica del Paese.
Un sistema elettorale proporzionale, con una soglia di sbarramento ragionevole e la sfiducia costruttiva sul modello tedesco potrebbe aiutare a dar corpo all’idea terzaforzista. Essa ha trovato ispirazione dai recenti risultati dei referendum dell’8 e 9 giugno 2025 sulla cui analisi sono stato supportato dall’on. Salvo Fleres. Egli dice correttamente che il 14% che ha votato No ai referendum non ha seguito le indicazioni né del centro destra (anche se molti elettori di Forza Italia si sono recati alle urne) né del centrosinistra. Quel 14% può rappresentare la base di partenza per dare voce a quel “buon senso che si nasconde per paura del senso comune”. Non amo le semplificazioni ma credo di poter individuare in quella percentuale uno spazio programmatico e culturale ragionevole, competente, dialogante, innovatore, laico non anticlericale. E’ lo spazio del Terzaforzismo? Sono convinto di si. Sarebbe una novità forte della politica italiana, solida culturalmente, storicamente, politicamente, aperta al dialogo, a certe condizioni, con il maggior partito di opposizione ed eventualmente con i futuri auspicabili “pentiti” liberali del centro destra.
Concludo ricordando che già Henri Bergson esponente dello spiritualismo francese, metteva in guardia dal rischio che la politica cedesse agli interessi particolari e meglio organizzati, e metteva in guardia anche dal rischio che la democrazia degradasse a sistema di pubblicità politica, in un “meccanismo viziato di ricerca di consensi e potere”. La soluzione secondo Bergson è “l’èlan vital”… Riusciremo a spiccare il volo?