Dibattito aperto sulle considerazioni di Fabrizio Cicchitto sul socialismo
Riportiamo l’articolo di Fabrizio Cicchitto ripreso da Il Riformista il 27 giugno scorso e la replica di Vicky Amendolia,
Il socialismo è morto viva il socialismo (F. Cicchitto)
Mi consenta di rappresentare le mie ragioni rispetto al Comitato Vassalli e a molte altre cose di cui ha parlato Aldo Torchiaro sul Riformista del 26 Giugno.
Il sottoscritto ha sempre ritenuto che il PSI, quello vero, autentico e grande è finito con Craxi e che oggi non è utile la formazione di un quarto partitino socialista, magari quello dei nobili decaduti, senza che prima ci sia la scintilla costituita dal segnale da parte delle nuove generazioni, di nuovi dirigenti e di nuovi leader politici, tanto meno dei media e di rilevanti settori della società civile. Invece la cultura socialista è tuttora in campo e anzi svolge sul terreno dei contenuti un ruolo fondamentale, starei per dire egemone, con l’apporto di singole personalità, riviste (prima tra tutte Mondo Operaio, e anche la nostra Civiltà Socialista), Fondazioni (in primo luogo la Fondazione Craxi e la Fondazione per il Socialismo), Associazioni e quant’altro. Esistono anche singole esperienze locali assai significative. In questo quadro, visto come erano andate le cose, cioè molto male, sul terreno del referendum sulla giustizia ho proposto di proseguire l’attività del comitato Vassalli in continuità con le ragioni per cui era nato, cioè della battaglia per la riforma della Giustizia, in Parlamento e nel Paese con proposte mirate, fra cui fondamentale a mio avviso la valorizzazione con precisi strumenti del ruolo del GIP, che può avere funzioni decisive di contrasto alla prepotenza nella fase preliminare dei pubblici ministeri.
Da questo punto di vista va detto che dopo il referendum le uniche battaglie in Parlamento per la Giustizia sono state quelle condotte da Stefania Craxi e Enrico Costa capigruppo di Forza Italia.
A ciò va aggiunta la battaglia per un cambiamento profondo nella situazione delle carceri italiane come denunciato dai Radicali e oggi anche da Alemanno. Su questo terreno a mio avviso i Socialisti potrebbero o avrebbero potuto svolgere un ruolo fondamentale e con una propria autonoma funzione senza scomparire in poli caratterizzati da mille momenti associativi. Comunque sul terreno decisivo della politica globale di contrasto alle autarchie (Russia, Cina, Iran e in questa fase anche Trump non certo gli USA) vanno costruiti schieramenti trasversali. Per intenderci, bisogna coinvolgere forze politiche esistenti nella maggioranza, fra cui decisive sono Forza Italia e Noi Moderati, evidentemente questo terzo polo in formazione, così come la minoranza riformista del PD. Al contrario sul terreno decisivo della battaglia che ha dei nomi e cognomi che si chiamano l’Ucraina, Israele, Taiwan emergono in Italia posizioni molto negative in primo luogo da parte di Vannacci, che non è un puro spirito, ma chiaramente un agente russo, nel centrodestra da parte di Salvini, nell’area del campo largo Conte e il M5S, AVS, una parte cospicua del PD come quella di Bettini e di D’Alema. Il sottoscritto ha a disposizione un modesto strumento, la Civiltà Socialista che si è sempre mossa e si muoverà in una direzione precisa: la battaglia politica e culturale contro le autocrazie di ogni tipo, di destra e di sinistra, il sostegno senza se e senza ma, come abbiamo già detto nei confronti della Ucraina, di Israele e di Taiwan. In questo quadro, ovviamente, ricercheremo sempre un rapporto positivo con il Riformista che sta svolgendo un ruolo di grande importanza nella stampa italiana.
Le considerazioni di Vicky Amendolia
L’intervento di Fabrizio Cicchitto sul Comitato Vassalli non è un’analisi politica: è un invito alla resa, confezionato con il linguaggio prudente di chi chiama “realismo” ciò che, in realtà, è rinuncia.
Dietro l’apparente buon senso del “ripartite da ciò che già esiste” si intravede la solita tentazione italiana: spegnere ogni tentativo di ricostruzione autonoma prima ancora che possa prendere forma, ricondurre tutto dentro contenitori già dati, accettare il ruolo ancillare come destino, scambiare la sopravvivenza parlamentare per progetto politico.
No, grazie.
Dire che il centro “c’è già” perché esistono Forza Italia e Noi Moderati significa confondere una collocazione elettorale con una cultura politica. Forza Italia è oggi parte organica del centrodestra. Può certamente rappresentare una componente moderata, liberale e garantista di quella coalizione, ma non esaurisce affatto lo spazio politico di chi vuole ricostruire un’area riformista, laica, socialista, liberale, repubblicana, europeista e costituzionale, non subalterna né alla destra né alla sinistra massimalista.
Il problema non è la “proliferazione dei socialismi”. Il problema, semmai, è la desertificazione del pensiero politico, la riduzione delle grandi culture riformiste a comparse di scena, chiamate ogni tanto a portare voti, firme, storia e legittimazione, salvo poi essere invitate ad accomodarsi in fondo alla sala.
Non è questa la strada.
Il liberalismo senza giustizia sociale diventa liberismo.
Il socialismo senza libertà diventa statalismo.
Il garantismo senza cultura costituzionale diventa slogan.
Il centro senza identità diventa solo una stazione di servizio per carriere individuali.
Per questo il lavoro del Comitato Vassalli non può essere liquidato come l’ennesima operazione testimoniale o nostalgica. Se correttamente inteso, esso rappresenta il tentativo di rimettere insieme ciò che in Italia è stato colpevolmente disperso: la cultura del diritto, il riformismo socialista, il pensiero liberaldemocratico, la tradizione laica e repubblicana, l’europeismo serio, non retorico.
Dire “ripartite da Forza Italia e Noi Moderati” significa accettare in partenza una posizione subalterna dentro una coalizione già definita da altri, con priorità, linguaggi e orizzonti che non sempre coincidono con quelli di una vera area riformista autonoma.
Noi non abbiamo bisogno dell’ennesima operazione di piccolo cabotaggio, né di una raccolta differenziata di sigle da sistemare alla vigilia delle elezioni. Abbiamo bisogno di una casa politica riconoscibile, seria, strutturata, capace di parlare agli elettori che non si sentono rappresentati né dal populismo, né dal sovranismo, né da una sinistra che ha smarrito il rapporto con il merito, con il lavoro, con la libertà e con la responsabilità.
Se poi qualcuno pensa davvero che tutto debba risolversi nell’andare a cercare uno o due seggi, allora il problema non è il Comitato Vassalli. Il problema è la miseria di una politica che non riesce più a distinguere tra rappresentanza e sistemazione personale.
La strada è difficile, certo. Ma abbassare le saracinesche prima ancora di avere provato a costruire qualcosa di serio sarebbe il vero atto di resa.
Non servono piccole rendite di posizione.
Serve una grande operazione politica e culturale.
E questa, piaccia o no, non può nascere dalla semplice confluenza in casa d’altri.